RIFIUTI IN CAMPANIA
La munnézz ha bisogno di una rinnovata filosofia di vita
e del soccorso dell’arte e della cultura, perché diventi una risorsa

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Napoli si ricordi d’essere stata capitale d’un regno per non rimanere ancora a lungo
capitale della Campania munnizzàru d’Italia e d’Europa e la sua storia non diventi munnézz,
perché dal suo porto non partano navi di munnézz e dalla sua stazione treni di munnézz,
ma container di prodotti tipici non inquinati e messaggi positivi e rassicuranti per la gente,
perché i rapporti tra le persone e le Istituzioni non siano munnézz, perché la politica non sia munnézz,
perché masochisticamente non si debba invocare l’aiuto del Vesuvio per smaltire la sua munnézz.
Forse è un’utopia ciò che va predicando il prof. Paul Connett: «“Rifiuti Zero”. Artisti e poeti possono
salvare il mondo orientando lo sviluppo e salvaguardando la vita della comunità». Ma sia chiaro: solo
pochi dei nostri rifiuti solidi, tra qualche millennio, se questo mondo ancora sopravviverà,
saranno reperti archeologici e solo pochi stronzi saranno diventati coproliti.
 
Intervento di Angelo Siciliano nel blog http://comunitaprovvisoria.wordpress.com
 

La crescita artistico-culturale extraterritoriale quando la “munnézz”
non era causa di tragedie e non era ancora ritenuta una risorsa
 


Accogliendo l’invito dell’architetto Angelo Verderosa – e devo dire con mio piacere – a interloquire nel blog http://comunitaprovvisoria.wordpress.com creato in Irpinia, il dubbio è da dove cominciare, perché di cose mi piacerebbe dirne molte. Pur essendo nato a Montecalvo Irpino, vivo a Trento dal 1973 e feci questa scelta per essere “libero” dal sistema di vincoli asfissianti che, dopo il terremoto del 1962, si era affermato in Irpinia con l’instaurarsi del feudo demitiano. E, tuttavia, questo aspetto deleterio non è sminuito dal fatto che pure in altre aree, come ad esempio in quelle rosse del Nord, il sistema non era differente. La voglia di libertà riguardava il lavoro che intendevo fare – quello di insegnante –, ma era principalmente di tipo ideale e culturale. La scelta del Trentino fu fortunata e qui si è realizzata la mia crescita artistico-culturale extraterritoriale, quando la “munnézz” non era causa di tragedie, come attualmente in Campania, e nemmeno era stata scoperta come risorsa (alla stregua di una “munnézz” era ritenuta, fino a che non se ne è scoperta l’importanza, anche la cultura orale delle classi subalterne). Ho sempre guardato al Sud e al mondo mediterraneo, ma sono cresciuto confrontandomi con realtà molto vive e stimolanti quali sono quella trentina e le altre delle regioni circostanti. L’Irpinia, che a noi emigrati è parsa sempre come la “Terra del silenzio”, è uno straordinario “giacimento culturale arcaico” e ciò m’ha indotto a intraprendere un “viaggio” fantastico, ormai ultraventennale, nella cultura orale locale, che ancora continua attraverso la lessicografia dialettale, l’etnografia, l’archeologia sociale, la raccolta dei “reperti” dagli anziani dialettofoni, la riscrittura, grazie alla creatività letteraria in vernacolo e in lingua, e la produzione pittorica di opere etniche mirate. La scoperta di molti reperti archeologici preistorici, da me fatta attorno al casino in cui nacqui e dove erano vissuti i nonni paterni contadini, in contrada Costa della Mènola a Montecalvo Irpino, mi ha trasmesso un’incredibile orgoglio. L’osservazione del territorio e dei paesaggi urbani e rurali dell’Irpinia, m’ha indotto a prendere coscienza dell’influenza nefasta avuta nei decenni, da tanti “geometricchi” e amministratori locali insipienti e pressappochisti, nel degrado o nella cancellazione dei luoghi storici dei paesi e di strutture architettoniche importanti come chiese e palazzi, e delle costruzioni rurali caratteristiche del nostro territorio quali casini, masserie e taverne. Non potendo far molto per salvare le strutture materiali (a Montecalvo, dopo mezzo secolo di totale abbandono, si sta ora recuperando il Castello normanno; ma dell’altro castello, quello in contrada Corsano, semidiroccato, nessuno se ne occupa, solo perché è privato), se non levare “grida di indignazione”, mi sono dedicato alla cultura orale e la mia produzione, non ancora ultimata, di diversi saggi brevi usciti in questi anni sul “Corriere Quotidiano dell’Irpinia”, ha rafforzato in me la convinzione dell’importanza che rivestono la civiltà agropastorale, con i suoi miti e leggende, e tutte le testimonianze che si possono ancora riscontrare e documentare di quanto ci tramandarono i nostri avi. Prova ne è che nel 1990, a Montecalvo, ho “repertato” l’unico poema contadino cantato dell’Irpinia, “Angelica” di 107 quartine, verosimilmente l’ultimo trascritto in Italia e ancora inedito. Con tutti gli altri “reperti” da me raccolti, esso fa parte dell’Archivio della civiltà agropastorale messo insieme in oltre due decenni di ricerca: oltre 25.000 versi in dialetto irpino dell’Ottocento con traduzione a fronte. Insomma, dieci libri tematici, tutti da pubblicare con mie illustrazioni etniche. Potrei mettere a disposizione del blog alcuni miei testi dialettali, con relative letture, opere pittoriche, poesie in lingua e saggi brevi tematici. Per questo primo intervento faccio ricorso a due strumenti che mi sono congeniali: la poesia e la pittura.

La poesia, perché, nonostante sia pressoché ignorata in questa società dei consumi, resta la regina delle arti e rappresenta l’energia vitale. La pittura, perché siamo nella civiltà delle immagini e mi consente di rendere evidenti, efficaci e caldi certi recuperi e certe idee, soprattutto quando non è riscontrabile o non esiste un’iconografia significativa e pertinente. Alcune di queste poesie sono state già pubblicate, ma le ho poi inserite in un’ampia raccolta, ancora inedita, riguardante il Sud-Mediterraneo. Partono dagli anni Settanta del Novecento – alcune riguardano l’Irpinia – e sono disposte in ordine cronologico. Sono 25 poesie in lingua e 5 in dialetto irpino dell’Ottocento. In generale, traspare in esse un orientamento ecologico e antropologico, come una Stella Polare dei sentimenti, e spesso la storia vi fa capolino. (Tutti i libri e i fascicoli, da me pubblicati finora, e diverse riproduzioni di mie opere pittoriche furono inviati nel 2007 ad Antonio Pica di Lioni, in occasione della Mostra dei libri di autori irpini, e sono conservati nella locale Biblioteca comunale. Moltissimo mio materiale si trova nell’archivio elettronico del sito www.angelosiciliano.com).
 

 

 

 

I NOSTRI PADRI

I nostri padri
ararono la piana
colmando l’orto di millenni.
Alla mangiatoia del salotto
mungiamo
la mucca dell’arazzo.
Abbiamo trascurato
l’antico pane.
Il fiume morto osserviamo
dalle grate del bosco.
Di unguento nero
imitazioni di margherite.
L’altoforno ha essiccato
l’umidità dei secoli.
Divelta
l’ombrosa foresta
per il nostro sanatorio.

Venaria Reale (TO), 1971
 
HO ESTIRPATO I NARCISI

Ho estirpato i narcisi
nel giardino
e l’unico garofano
perché sono morti.
Perché sono morti
e qui nulla solo
si può trapiantare.
Perché abbiamo saputo
scherzare col niente
come fosse
qualcosa di umano.

Venaria Reale (TO), 1971
 
HO VISTO MIO PADRE

Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto.
Parli chi ha conosciuto mio padre.
Coltivava la terra
e la terra non era molta
odiava le fabbriche
e non c’erano fabbriche.
Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto.
Mi ha parlato forte
e non l’ho sentito
ha detto tante cose
e non ho capito.
Chi ha udito
venga a parlarmi
perché mio padre ha detto
cose importanti.
Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto
ho incontrato mio padre
e non si è ricordato.

Torino, 1971
 
IL TESORO IN CITTÀ

Abbiamo zappato la collina
io e mio padre.
Mio nonno raccontava:
«Nella terra c’è un tesoro».
Tesoro era il grano che sarebbe venuto.
Mio padre dice che i tempi sono cambiati,
il grano non vale il tesoro del nonno.
Dice di andare altrove a tentare.
Nella città ci sono fabbriche,
si può scegliere tra la sciabola nello sciopero
e la causa degli uccisi.
Mio padre dice che devo andare
in città a tentare.
E quando lo dice è già convinto
che ho scartato il tesoro della sciabola.

Venaria Reale (TO), 1971
 
MALEDETTO SUD

Vecchio sud dubbioso.
Attesa del calesse da Marte.
Componimento di illusioni floreali.
Ho lasciato inaridire parti di me
gli avi l’ansia risorta
Chico è steso sul ballatoio.
Un avvoltoio giunge
dai lunghi riccioli nella coda.
La corrente sbatte il canto per la conca.
Vecchio sud maledetto.
La ripa attinge usignoli nella barca del fatuo.
La malia scruta escrementi di cicala
schiaffeggia i cani per coinvolgerci.
Questo sud zeppo di rogna
parole che slittano dal cervello.
Fossili sottovalutati di passate invenzioni.
Accudiamo ricordi della colombaia solatia.
Sonnambule scriteriate.
Il caso smaschera malvagità.
Il serpente dei pensieri
si protende sulla masseria.
Il cavallo è sparito.
Danze rituali semplificano la coesistenza.
Questo maledetto sud
l’ascia nei capelli
lo scarabeo nella gola.
La morte non sa risolversi
non sa risolversi.
Il gufo sonnecchia tra gli alberi perniciosi.

Montecalvo, 1972
 
EMIGRATO IN SUISSE

Il vento gonfia le foglie dei marciapiedi.
Nelle baracche fetore di calze.
I giorni scorrono bucando le strade
ogni tanto qualcuno è folgorato.
Si alza il gomito la sera
e quando non ti vomitano nel secchio
puoi stendere il bucato
e guardartelo alla corda
per settimane come baccalà.
Il vento gonfia le carte dei marciapiedi.
Esseri umani o bestie da soma.
Si finisce nelle valanghe
si issano superflui tralicci.
Spesso qualcuno è stirato nelle strade.
Ci sorprende il gelo
ciascuno nella propria garitta
ognuno contro se stesso.

Trento, 1973
 
EMIGRATO IN SUISSE

Il vento gonfia le foglie dei marciapiedi.
Nelle baracche fetore di calze.
I giorni scorrono bucando le strade
ogni tanto qualcuno è folgorato.
Si alza il gomito la sera
e quando non ti vomitano nel secchio
puoi stendere il bucato
e guardartelo alla corda
per settimane come baccalà.
Il vento gonfia le carte dei marciapiedi.
Esseri umani o bestie da soma.
Si finisce nelle valanghe
si issano superflui tralicci.
Spesso qualcuno è stirato nelle strade.
Ci sorprende il gelo
ciascuno nella propria garitta
ognuno contro se stesso.

Trento, 1973
 
L’UNIVERSO

Il cuore si grippa
tra le robinie.
La rondine
il sud alle spalle
senza rimpianti.
Più a nord del nord
chicchi di galassia.
Come allodole
canta l’universo.
Una lucciola
scherza con me.
E c’è una formica
contro tutti quelli
che calcano un dito
sulla testa degli altri.

Napoli, 1973
 
VIOLA SCANSA

Chi non conosce Viola Scansa!
Ognuno dovrebbe vederla
e farle fare un figlio.
Non accoppiarsi con lei:
impossibile col vento d’alcol.
Ogni nuovo nato
rende buona moneta:
più di un aborto
più d’un morto in guerra.
Chi non ama Viola Scansa!
Chiunque trascurerebbe la moglie
la madre i figli
davanti al suo petto.
Andremo per la questua
col cappello nella mano.
Sgraverà nella casa buia
muggirà come vacca
Viola Scansa.
Il cane annuserà
gerani fioriranno.
Inoltreranno denunce
avvieranno accertamenti.
Ci accoppieremo ancora
con Viola Scansa
ubriaca sugli sterpi.
Alleverà una figlia solo.
Questa perpetuerà la madre:
farà figli, tutti da svendere
alla borsa delle braccia.
E ciascuno renderà
come buon emigrato.

Trento, 1977
 
L’ANIMA DEL SUD

Il Sud scruto
dal di fuori
come l’anima
il corpo
da cui trasmigra.

Trento, 1986

 
LA GENTE IN ME

In me la gente passata
presente futura.

Avi intraprendenti
impavidi
approdarono da lidi lontani.
Risalirono il Calore l’Ofanto
a inseguire cinghiali cerbiatti.
Testimoniano vestigia
di quanto edificarono
sulle coste sulle colline.
I corredi funerari
sono più vivi e lustri
di quando inumavano salve.

In me la gente di oggi
che lavora e lotta
guarda avanti s’interroga
reagisce allo sconforto.
E tutti quelli partiti
dispersi che s’ingegnano
nelle nazioni del mondo
e ripensano con cuore nostalgico.

In me la gente che verrà
farà scoperte
partirà per altre conquiste
si sperderà nel cosmo
colonizzerà nuovi pianeti.

Trento, 1987
 
DAUNIA IRPINA

Le avrebbero inventate più tardi
le svendite di fine stagione:
accaparramenti sconsiderati
bramosie di scialo.
Ma la vita allora era segnata:
non bastava il voto alle Mefiti
a scongiurare il colera
la tisi per compagna fedele
e importavano i nostri mietitori
la malaria dal Tavoliere dauno
o la dissenteria per vivande
contaminate dal rame
di qualche taverna sperduta.
L’anofele sorvolava il tratturo
vampiro tra le aie a profittare
di braccianti abbandonatisi a Morfeo
dopo l’immancabile cunto serale.
Erano zecche benedette
con le pecore abruzzesi
a primavera che risparmiavano
nel rientro a Campobasso
le nostre greggi alle lande
desolate sotto Castelfranco.

Zell, 1991
 
DONNE DEL SUD

Non dimenticatele le donne del Sud
forti nell’afa estiva di basoli
ai duri barili sul capo irrigidito
col fiato gelato di Natale
che dagli uomini rudi
incassavano gli scatti violenti
a impastare bambini di creta
carnosa alle grotte di tufo.

Non scordatele come mamme
a serbare figli dalle angherie paterne
che scalciavano la fame di torno
in giro ai falò di paglia a S. Giuseppe
che sarmenti e rovi a fascine
erano a sbiancare i forni
nei seminterrati di pece e l’effluvio
per i vicoli di fragranza di pane.

Sappiatelo ora per sempre
quelle madri le abbiamo attinte
alle falde profonde e bevute
alle canne ombrose del solleone
e ci hanno sfamato alle cariossidi
magre dei loro volti di raccolti
arsi di vento alle romite colline.

Esse rifiutano che la vita si fermi
e voi lo sapete, giovani figlie,
che scorre linfa nelle vostre vene
di palpitanti leganti di covoni
con la certezza consolidata
che nessuno potrà arrestarla: neanche
l’alito vizioso di una civiltà involuta.

Zell, 1991


 
AL RISVEGLIO*

S’è fatta notte fonda
al paese
dove a ogni casa
il frigo sta alla cantina
la tivù al focolare
non c’è fuoco di quercia
che sfavilli né cunti.
Da tempo una cultura
maligna
s’è troppo radicata
come una donna presa
con forza tante volte
ci si è assuefatti alle violenze.
Al risveglio del cuore
spera un vegliardo tra gli ulivi
con le nacchere tra le dita:
chissà che non torni
ai giovani
la voglia a favellare.

*Alla memoria di Rocco Scotellaro e Manlio Rossi Doria.

Zell, 1993
 
SCRISTIANITÀ

Ciò che all’occhio si gode terra
scristianizzata da costa a costa
aspettative sospese all’equivoco
o peggio all’imbroglio.
Sufficiente uno scorcio di secolo
ai millantatori per affermare
qui e là il deserto.
Non più approderanno cantori
o martiri d’Oriente mistici sapienti
o filosofi alle chiese rupestri
screpolate d’affreschi.
Solo se le stagioni prendessero
a rincorrersi a ritroso
si raddrizzerebbe forse la sorte
ma ogni fondamento di verità
si cementa di dubbi e ciò
non basta nottetempo né ad altra
ora a consolare o infondere coraggio.

Zell, 1993
 
CHE TEMPI

Ci coprivamo a quei tempi
con brache corte legate da spago.
Da noi non passavano marinai
ma greggi, asini carichi di paglia.
Quando le ragazzine
non facevano capolino
in un pantano che ci pareva lago
giocavamo agli zampilli:
a chi lo faceva più lontano.
Ci compiacevamo come Narciso.
Che tempi!
E chi se la immaginava la diaspora…

Zell, 1994
 
GROVIGLIO ANTICO

Partecipi già lo eravamo
alla vena di verde
tratturo di saliscendi
cromosomi nel neolitico.
Oggi è che siamo assenti
l’occhio irretito
al nastro d’asfalto
senza greggi e compagni cani
le case accasciate
a intrigare la memoria
violazioni indegne
tuttavia tollerate.
Non più fraseggi d’allodole
Pescasseroli all’orizzonte
gli ovini metabolizzati
come tutti i caprini
la mente cede a chi di più l’alletta
senza scampoli di canti né corna
neanche quelle paventate dai pastori.
Una nenia risuona
ignota all’orecchio
e da tempo remoto e lento
si sbroglia un groviglio celato
di culture e mesti riti quotidiani
per le terre di S. Eleuterio.*

A Sebastiano Martelli.

Zell, 1995

* Si tratta di un territorio di Ariano Irpino (AV), confinante con quello di Montecalvo Irpino, e vi passa da tempo immemorabile il tratturo che, da Pescasseroli (AQ), consentiva ai pastori abruzzesi la transumanza sino a Candela (FG).

 
ARCHEOLOGIA DEI RIFIUTI

Archiviato il passato
relegati al presente
più che mai legati
all’amor proprio
al futile dell’inutile
oggetti votati tutti
ad insopprimibile spazzatura.
Nel raccapriccio dello spreco
ferite da non sutura.
L’archeologia dei rifiuti
ci restituisce Milone,
sei vittorie ad Olimpia,
Pitagora e duecento anime
delle sue reincarnazioni.
Ma il paradiso, dicono,
sono barriere coralline
al Mar Rosso dove
più d’un vascello
sommerso è in gloria.

Crotone, 1999

 
ASCIA OSCA*

Scuro frammento di pietra
come le mani di chi ti scheggiò
t’affilò con un cupo
presentimento
in un'officina mai rivelata.
Riassumi il lutto del tempo
per l'amore che si dissolve
all’ombra della luce
nella piega discreta dell’esistenza
al respiro lieve dell’aria
lumi spenti da nuovi lumi
miti divorati da miti
religioni da religioni.
Inglobi il bene e il male
il passato il divenire
l’albero abbattuto
il cranio fracassato
e già preconizzavi i metalli
dell’accelerazione temporale.
Un soffio malvagio si mescola
alla divina invocazione
a pervadere un sogno
che non rimedia
all’oscuro male
anche se uno spirito benigno
sollecita benevole intercessioni.

Zell, 2001

*In agosto 2001 rinvenivo casualmente tra i campi di Montecalvo Irpino, in un fronte di scavo per l’impianto di un nuovo uliveto, un frammento d'un manufatto di pietra unitamente ad alcuni frammenti in terracotta. Il reperto litico si presenta come parte del cuneo di un'ascia di pietra. In seguito esso mi ha molto intrigato ispirandomi non pochi interrogativi.


 
IL VINO E IL GRANO

Rammento il colore del grano.
Ci fu concesso di familiarizzare
col biondo di rena sulle colline
i rosolacci i rari fiordalisi
le perle di sudore dei mietitori
le tante dicerie sulle ragazze
il fiasco di vino fresco di cantina
passato di mano in mano
ridendo da bocca a bocca
pieno e d’improvviso vuoto
di linfa di vite e di terra
a fare brio e dare forza
il falcetto di affilati denti
ad ingannare le janare*
nelle notti di plenilunio.
Torna la civiltà biologica
paesaggi curati nei dettagli
il bello involontario dell’eden
al pettine delle braccia
filari di viti coi grappoli doc
il turismo enogastronomico.
Erbicidi non hanno inaridito
la memoria ai nonni ma i loro
curiosi aneddoti s’imbattono
spesso in tappati orecchi.
Chissà, un tacito rifiuto forse
al ricircolo delle parole.

Zell, 2002

* Donne giovani, belle e intriganti nate nella notte di Natale. S’introducevano nelle case di notte, attraverso le fessure delle porte chiuse, per fare malie e dispetti a coloro che stavano dormendo. L’antidoto era il sale che si cospargeva all’interno di porte, finestre e balconi. Un diversivo era rappresentato da scope di saggina e falcetti che, collocati dietro le porte, distraevano le janare, una volta entrate, impegnandole, per un’intera notte, nel conteggio dei fili della scopa o dei dentini della falce. Prima che sorgesse il sole, però, erano obbligate a fare rientro alla propria dimora, perché erano nude.
Janare deriva dal termine latino janua, porta, e rappresentano l’equivalente delle streghe, ma di queste in genere si pensa che siano vecchie e repellenti.

 
HIRPUS HIRPINIAE

S’involò l’hirpus totemico
per le selve del Partenio
allorché scese col branco
la lupa capitolina
a sottomettere e punire.
Qui tra querce e castagni
con janare e mannari
si consolidò il mito
in un sogno disperso
di mammoni e folletti.
Rivive di sottrazioni
nella bolla estemporanea
di passioni medianiche
nel cono d’ombra della storia.

Zell, 2003
 
CRETTO

Il Sud che ritrovo
un calanco ampio
che d’inverno scivola
e d’estate più aperta
è la ferita e chiara
l’argilla asciutta
che s’apre in cretto.

Zell, 2004


 
PECCARE AI CERASI*

Erano quattro passeri adulteri
a svolazzare ai ciliegi del viottolo,
lontano da essi il peccato,
e due monelli ridevano, anch’essi
si rincorrevano per quel viottolo
gongolanti assai per le sconce parole
e osservando le donne le cerase
a raccogliere, ne spiavano scure
le passere tra gli arti sui rami.
Quei monelli, dunque,
di curiosità peccavano.

* Ad Alfonso

Zell, 2004

 
NEL BUIO OLTRE LE CANNE

È un pensiero fisso
sugli ortaggi a crescere
la civetta che stride,
ma è un canto?
Oltre il muro sfrangiato
di canne, la via senza
effetti speciali, impercorribile
del buio fitto dove sono
coloro in oblio che osservano
che noi non vediamo
e talvolta ci guidano
e li percepiamo
nei momenti cruciali:
il senso lieve della carezza
i brividi fitti per la schiena
non provengono dal maligno
ma dall’appartenenza dov’è
l’identità nostra sconosciuta
avviluppata nel remoto caos.

Montecalvo, 2004

 
FRATELLO CARNALE

Ricreo la voce di nostro padre
e tu non intendi, rievoco
il canto doloroso di nostra madre
presto le orecchie ti tappi
fratello di latte e di sangue
che ti scorrono in corpo
i geni borbonici e d’altri
dominatori di prima e dopo
le cicatrici crociate, le turche
impalature, le pratiche
infibulatorie. Tiri su case
fratello, mattone su mattone
che altri si godranno come dimore
e se il sisma improvviso
non le atterra, mina il cemento
dei ricordi, appena scalfisce
l’humus omertoso nel desolato
paese infestato di fantasmi
belve notturne avidi sciacalli.
Ma quando la civetta canta
fratello, non m’inorridisce più
e poi ti spiego gli OGM*
che ormai più non siamo fratelli
e neanche compagni di strada.

Zell, 2004

*Organismi geneticamente modificati con le biotecnologie.

 
D’ARIA E DI VENTO

D’aria e di vento è il nome
nella buia quiete delle stelle
oltre l’amore l’odio l’indifferenza
idee vaghe come il deserto…

Le navi, macché navi!,
carrette del mare senza un nome
bandiere di apolidi sfigurati
nella notte torva senza data
marchiata da trafficanti senza nome
di emigranti droga ignare prostitute
allietata da fantasmi rapinosi
vengono da paesi senza nome
dove l’inferno è innominato
a solcare onde anomale
uomini donne bambini inermi
per una scommessa anonima
epopea per un eden illusorio
il passato che torna emigrante
iniquo schiavo clandestino
approdano in un luogo senza nome
dove convivono genti sconosciute
intrecci complicità conflitti tollerati
il malessere dell’anima non ha nome.

D’aria e d’umori è la tempesta
alimentata da odi tormentosi…

Ma la fame che uccide ha un nome
la guerra perenne ha un nome
i suoi fomentatori hanno un nome
l’AIDS che infetta ha un nome
la malaria in agguato ha un nome
la siccità che acceca ha un nome
il clima impazzito ha un nome
l’ambiente devastato è di tutti
la disperazione ha un nome
l’intolleranza ha un nome
viatico della xenofobia
e la speranza tuttavia ha un nome.

D’aria e di vento è il nome
come chi lo scrisse lo pronunciò
nel soffio di fuoco o di bora gelida
ideando lame di cristallo
nell’indifferenza coscienziosa.
Nella tempesta che sarà
chissà se e quando saremo
noi nominati…

Krotone, 10 dicembre 2007
 
 

 

OHJI MA’*
 
Fatìji cu li brazza, óhji ma’,
‘nfacci a cquéssi mmèrzi
pi la Ripa ‘la Cónca,
cu lu càudu, cu lu cchjòve,
cu la jilàma.
Stai sola da na vita
e ppiénzi sèmpe.
‘Mmiézz’a li bbiti e a l’aulìvi,
assuócchji la vìja
vèrzu lu uàdu
e spiéri ca fìglitu tòrna.
 
Cu la scurda, óhji ma’,
‘nd’à la casèddra,
ca pare l’Arca di Noè,
pripàri la canìglia pi li puórci
e lu graudìniu pì li ccaddrìni.
Assittàta ‘ncòpp’a lu scannu,
capuzzìji ‘nnant’a lu ffuócu
e ppi la stanchézza
mancu ti suónni.
 
Pripàri la césta pi lu mircàtu,
óhji ma’, cu la minèsta,
cu li fficu e ccu li ppéra.
Racinìji cu li cristiani:
fa mmalutiémpu,
lu ggrànu nu’ nnàsce.
T’addummànnunu di quiddru
figliu luntànu, e tu
mancu ti piénzi,
ca pur’ìddru téne nu panàru
chjìnu di frutti
ca so’ bbèll’a bbidéni,
ma so’ amari.
 
Poesia del 1987, tratta da Lo zio d’America di Angelo Siciliano, edito nel 1988 dall’editore Nunzio Menna di Avellino.
 OHI MA’
 
Lavori con le braccia, óhi ma’,
per codesti pendii
per la Ripa della Cónca,
col caldo, con la pioggia,
col gelo.
Stai sola da una vita
e pensi sempre.
In mezzo alle viti e agli ulivi,
adocchi la via
verso il guado
e speri che tuo figlio torni.
 
Col buio, ohi ma’,
nella tua casetta,
che pare l’Arca di Noè,
prepari il pastone per i maiali
e il granturco per le galline.
Seduta sulla scanno,
vacilli davanti al fuoco
e per la stanchezza
neanche sogni.
 
Prepari la cesta per il mercato
ohi ma’, con la verdura,
con i fichi e con le pere.
Chiacchieri con le persone:
fa maltempo,
il grano non nasce.
Ti domandano di quel figlio
lontano, e tu
neanche t’immagini,
che pure lui ha un paniere
pieno di frutti
che sono belli a vedere,
ma sono amari.

 

 

 

PÀTRIMU
 
Tatì, ir’àutu,
tinìvi na facci janca,
nu mustazziéddru niéuru
com’a Sciarlò.
 
Mi ricòrdu
di quiddr’uómmini vunti,
tutt’affacinnàti,
quéddra sera, a lu trappìtu
di Pannucciéddru e l’addóre
di l’uógliu frishcu
ca scinnéva da li fìshculi
dint’à la nèglia.
Pènz’ancór’a la paura
pi la scurda ’nd’à la rùva
e a tte ca mi purtàsti ‘mbrazza,
fór’a lu casìnu nuóstu,
ammucciàtu ‘nd’à lu pastrànu.
 
Nu’ mmi scòrdu
ca durmìsti ‘nd’à la pèzza
ficcatu sótt’a li pinnàzzi
pi gguardà lu ggraudìniu
a la parte.
 
Po’ la mmalatìja, li mmidicìni.
Accussì murìsti.
A lliéttu murtóre,
‘ncòpp’a ddóji casci
miss’a ccróce, ‘nd’à lu casìnu
a la Còsta ‘la Mènula.
Zi’ Cànnita, cu nu ramustiéddru
di ciàngulu di vicciu,
ti jusciàva li mmósche.
Mamma, cu li llàcrim’a l’uóchji,
mi faceva la facc’amara.
 
Po’ miniérnu
quatt’uómmini cu’ lu taùtu
e ttutt’a chjagne,
mentre ti chjudévunu.
 
L’amici tuji mi parlàrnu di te
e m’accuntàrnu tanta fatti:
quannu jìstuv’a shcavà patàni,
di notte, andó Simunèlla,
pi ffàni lu cuciniéddru
e la vóta ca jìstuv’a mmilùni
andó Milachjancóne, vi vidiérnu
e vi ni scappàstuvu scàuzi
pi ‘nd’à li ruvi;
da Sciandò, si zappava
di notte, cu la cannéla,
e lu juórnu vi stinnìvu
a lu ffrishcu di lu sàuciu.
E ttanta fatt’ancora…
Ma so’ ppampéculi.
Mi rumànunu duji ritratti
chjiàt’e ‘ngiallùti,
di quann’iri uaglióne,
e nniénti cchjùni!
 
Poesia del 1987, tratta da Lo zio d’America di Angelo Siciliano, edito nel 1988 dall’editore Nunzio Menna di Avellino.
MIO PADRE
 
Papà, eri alto,
avevi la faccia bianca,
un baffetto nero
come Charlot.
 
Mi ricordo
di quegli uomini unti,
molto indaffarati,
quella sera, al frantoio
di Cristino e l’odore
dell’olio nuovo
che colava dai fiscoli
nella nebbia di vapori.
Rammento ancora la paura
per il buio nel vico
e te che mi portasti in braccio,
al nostro casino in campagna,
avvolto nel tuo pastrano.
 
Non dimentico
che dormisti nel campo
riparato sotto i fusti
per sorvegliare il mais
a mezzadria.
 
Poi la malattia, le medicine.
Così moristi.
Per catafalco
due casse
disposte a croce, nel casino
giù alla Costa della Menola.
Zia Candida, con un ramoscello
di lillà,
ti scacciava le mosche.
Mamma, con le lacrime agli occhi,
mi faceva la faccia dura.
 
Poi vennero
quattro uomini con la bara
e tutti a piangere,
mentre ti chiudevano.
 
Gli amici tuoi mi narrarono di te
raccontandomi tante avventure:
quando andaste a scavare patate,
di notte, da Simonetta,
per fare un pranzetto
e la volta che andaste per melloni
da Milachiancone, scoperti
doveste scappare scalzi
per dentro i rovi;
da Sciandò, si zappava
di notte, con la candela,
e il giorno vi stendevate
all’ombra del salice.
E tanti fatti ancora…
Ma sono cose di poco conto.
Mi restano due foto
piegate e ingiallite,
di quando eri ragazzo,
e niente di più!

 

 

 

MAMMA BELLA CU LA FACCI LORCIA*
 
S’ave prisintàta, nu bèllu juórnu,
la Madonna: la facci lórcia,
tutta chjéna di macchji,
nu pócu carulàta.
Ma l’uócchji suji so’ cquiddri
di na mamma ca ògnunu
vuléss truvàni quann’a la sera
s’arritìra stancu, strutt’e afflìttu.
 
Unu pènza: «Chisà da ‘ndó véne
mo’ ‘sta Madonna? Da lu paravìsu no,
éja tutt’affardillàta, binidìca!
Li bbìji ch’ave camminàtu, li rripi,
li uaddrùni, li ghjiumàri ch’ave passàtu,
lu mantu mmalitrattàtu,
la vèst’azzangàta di lóta, lu Crijatùru
‘mpisantùtu ‘mbrazza...».
 
Ma a ghjì a bbidé, Quéddra stéva
‘mmiézz’a nnuji, ammucciàta
accussì bbónna ca nisciùnu,
mancu pi mmacinazióne,
ci jév’a ppinzà!
 
Tutt’ave sintùtu
tutt’ave patùtu
tutt’ave capìtu.
Nuji ‘nnì l’ìma
accuntà niénti!
 
* A Giovanni Bosco Maria Cavalletti
 
Zell, 25 maggio 2003     Angelo Siciliano
MAMMA BELLA DALLA FACCIA MACCHIATA
 
Si è presentata, un bel dì,
la Madonna: la faccia sporca,
tutta cosparsa di macchie,
un po’ tarlata.
Ma i suoi occhi sono quelli
di una madre che ciascuno
vorrebbe incrociare quando di sera
si ritira stanco, distrutto e sconsolato.
 
Uno si chiede: «Chissà da dove proviene
ora questa Madonna? Dal paradiso no,
così carica, Dio la benedica!
Le vie che ha percorso, i calanchi,
i valloni, le fiumare che ha guadato,
il mantello sdrucito, la veste
imbrattata di fango, il Bambinello
che le si è appesantito in braccio...».
 
Ma si viene a scoprire che Lei era
in mezzo a noi, così ben nascosta
che nessuno,
neanche per idea,
riusciva ad immaginarselo!
 
Tutto ha udito
tutto ha sofferto
tutto ha compreso.
Noi non dobbiamo
confidarle nulla!
 

 

* Questo testo fa parte del “Trittico dell’Abbondanza”, composto di tre poesie, di cui una in lingua e due in dialetto irpino dell’Ottocento, dedicato alla Madonna dell’Abbondanza, la cui statua è stata ritrovata nel 2001, unitamente a quella di S. Lorenzo martire e al busto dell’Addolorata, in un sottoscala murato di palazzo Pirrotti a Montecalvo Irpino. Essa appartenne alla famiglia di S. Pompilio Maria Pirrotti, nato a Montecalvo Irpino nel 1710 e morto nel 1766 a Campi Salentina (LE), dove è patrono. S. Pompilio chiamava affettuosamente questa Madonna “Mamma bella”. Nella pupilla vitrea dell’occhio destro della statua è visibile un teschio. Lo si ritiene un miracolo del santo,  che in vita recitava il rosario con le anime del purgatorio.

Il “Trittico dell’Abbondanza”, unitamente ad alcuni miei pastelli con la Madonna dell’abbondanza, S. Pompilio e S. Lorenzo martire è stato donato il 20 agosto 2004 alla Parrocchia di S. Maria Assunta di Montecalvo Irpino.

(Chi desideri saperne di più può consultare i siti www.sanpompilio.it e www.angelosiciliano.com).

 

LI ‘NFRANZISATI*
 
Fu a lu Millecquattuciéntunuvantasèi
ca faciérnu la uèrra, sótta Munticàlvulu,
lu rré di Francia e lu rré di Nàbbuli.
Cócche ffémmina ca facéva la rascia,
puru si ‘nni li ccapév’a ‘ddrì franzìsi
ca parlàvunu «Cicìp ciciòp e ccicéra»,
sapéva quéddru ca vulévunu, picché
stévun’assiccitàti, luntànu da li mmugliéri.
Accussì éddra s’abbushcàva li soldi
e ppuru na bèlla pruvidènza ca po’ passàvu
a li giùvini di lu paese, ca ‘n zi putévunu
accòglie da ‘ddrù male, e da ‘ntànnu
li chjamàrnu li “'nfranzisàti”.
Di na figlióla ca si ni jètt cu ‘ddri suldàti,
li cristiàni accussì ssi la rirévunu:
«Agnésa jètt ‘n Francia
cu na sàlima di strónza.
Córr’Agnésa cu li bbilànzi,
li bbénn’a ssèji ducati l’ónza!».
 
Zell, 10 dicembre 2005     Angelo Siciliano
I SIFILITICI
 
Fu nel 1496
che fecero la guerra, sotto Montecalvo,
il re di Francia e il re di Napoli.
Qualche donna che faceva la prostituta,
anche se non li capiva quei francesi
che si esprimevano «Cicìp ciciòp e ccicéra»,
sapeva ciò che essi volevano, perché
ardevano dalla voglia, lontano dalle consorti.
Così lei si buscava il denaro
e una malattia sconosciuta che poi trasmise
ai giovani del paese, che non riuscivano
a venirne fuori, e da allora
li indicavano come affetti dal “mal franzese”.
Di una ragazza che se ne partì con quei soldati,
la gente così ironizzava:
«Agnese si reca in Francia
con un carico di stronzi.
È indaffarata Agnese tra le bilance,
li piazza a sei ducati l’oncia!».

 

* Almeno due elementi di questo mio testo, la sifilide e la filastrocca di Agnese, fanno ipotizzare il contatto dei munticalvulìsi, dall’antico nome del paese Montecalvoli, con i francesi. Che un incontro ravvicinato sia avvenuto nel luglio del 1496, lo scrive Francesco Guicciardini nella sua “Storia d’Italia”, edita in tre volumi da Einaudi nel 1971. Infatti, lo scontro militare tra Carlo VIII, re di Francia, e Ferdinando II d’Aragona, re di Napoli, avvenne proprio ai piedi del monte, tra Montecalvoli e Casalarbore, probabilmente dove si trova la stazione ferroviaria.. Il re francese aveva mire di conquista sul regno di Napoli, che sarebbero fallite, e da qui il saccheggio brutale cui fu sottoposta Napoli, nonostante l’iniziale occupazione pacifica della città e l’accoglienza favorevole della popolazione.

La sifilide, arrivata in Europa a seguito della scoperta dell’America, avvenuta nel 1492, fu diffusa dagli equipaggi di Cristoforo Colombo a partire dal 1493.

È detta “il mal franzese”, da cui il termine dialettale ‘nfranzisàti, perché i soldati di Carlo VIII diffusero nel Meridione questa terribile malattia venerea nel 1496, attraverso i rapporti sessuali avuti con le donne di Napoli e con quelle di altri territori del regno.

La filastrocca di Agnese, da me riscontrata tra i contadini di Montecalvo Irpino nel 1994, è sicuramente molto antica, per via dei tipi di moneta e misura menzionate nel testo: il ducato e l’oncia. Il ducato fu coniato in argento per la prima volta ad Ariano Irpino nel 1140, sotto Ruggero II (vedi Museo Civico di Ariano Irpino), e poi in oro a Venezia nel 1284. Diversi stati imitarono questa moneta. Nella nostra terra, dire “adda caccià li cuócchjili” significa “deve tirar fuori i soldi”. Ciò è dovuto al fatto che i ducati avevano forma di gusci di frutta secca, come mandorle e noci, che, in dialetto, si chiamano cuócchjili. L’oncia, come unità di misura, in uso a Roma e nel Meridione, nel sistema duocecimale equivaleva a 1/12 di libbra, mentre in quello decimale a 1/10. Nel dialetto montecalvese, ónza sta per quantità minuta di una data merce, della grandezza pari a un’unghia.

Tra le tantissime monete di rame, da me ritrovate sporadicamente nei campi coltivati di contrada Costa della Menola, ve n’è una con le scritte “République française” sul recto e “Liberté égalité fraternité” sul verso. Fu coniata chiaramente in Francia dopo la rivoluzione francese e la proclamazione della repubblica, avvenuta il 27 agosto 1789.

Molte altre monete francesi, in lega d’alluminio, ritrovate sempre nella stessa zona, sono state coniate negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Ma queste sono evidentemente le monetine gettate via dai tanti emigranti montecalvesi in Francia di quegli anni.

Di Montecalvo Irpino sono i soprannomi Lu Franzése, Franzitiéddru, Francischèddra, Francióne, Franciscóne, tutti aventi a che fare con il termine francese, e alcune delle tante parole come addunàni, accorgersi, ammasunà, rientrare nel pollaio per dormire, buatta, barattolo, buffètta e buffè, tavolo, cacàgliu e ‘ncacaglàni, balbuziente e balbettare, daccialàrdu, arnese per schiacciare il lardo, jèrmiti, mannello, jurnàta, giornata, maccatùru, fazzoletto da testa, malivìzzu, malvizzo, mèrcu, cicatrice, pindindì, pendente di una catenina, ruva, vicoletto, Santalója, S. Eligio, sciamìssu, soprabito, sciarabbàllu, calesse, tuppu, capelli in crocchia, derivano dalle parole francesi s’adonner, à la maison, boîte, buffet, cacailler, hachier, gerbe, journée, mouchoir, mauvis, merc, pendentif, rue, S. Elois, chemisier, char à bancs, toupet o top. (Testo e relativo dipinto sono nel sito www.angelosiciliano.com e usciranno nel libro Montecalvo Irpino: la memoria e i documenti, di prossima pubblicazione, del giornalista Mario Aucelli). 

RIZZIÉRU II A MUNTICÀLVULU*
 
Dòppu lu Mille, Munticàlvulu
tinéva già parìcchji dicìna
di càsura attuórn’a lu castiéllu.
Quéddre di li signuri èrnu
cu li ttìttura cu li chjénche
o l’ìrmici ‘ncòppa,
mèntr’a l’ati la cupirtìma
era di ristóccia o di cannéddre.
E ppo’ tanta rótt shcavàti
tutt’attuórn’a lu siérru.
Accussì truvàvu lu paese
Rizziéru II, re di la Cicìlia,
a lu Millecciéntutrèntaduji,
minènnu da la Puglia,
andó tantu sangu s’era jittàtu
pi mmétt’a ppòstu li ccóse,
cu n’asèrcitu di fantaccìni
e uómmin’a ccavàddru,
ca truvàrnu acqua fréshca,
magnà e rròbba pi l’annimàli.
Na vóta sistimàtu tuttu,
Rizziéru jètt’a guardà da ‘mpónta
a lu castiéllu, ancora stancu
di tantu cammìnu fattu.
Li ‘nzincàrnu andó stéva
Biniviéntu cu li malamìci suji:
lu cajinàte, Rainùrfu d’Alìfi,
e Rubèrtu II, prìncipi di Capua.
Uardànnu tuórnu tuórnu,
addummannàvu come si chjamàva
quéddra muntagna tutt’accóta
com’a na bella figlióla stésa
just’arrét’a Biniviéntu.
Cóme sintètt ca era la Durmiénte,
si passàvu na mani ‘m piéttu,
si ni’nnammuràvu e nun buléva
jì chjù a ffa la uèrra pi ddaddràni,
pi nu spunzà di sangu
puru quéddri ttèrri.

 

Zell, 4 settembre 2006     Angelo Siciliano

RUGGERO II A MONTECALVOLI
 
Dopo il Mille, Montecalvoli
aveva già parecchie decine
di case attorno al castello.
Quelle dei signori avevano
i tetti coperti di embrici
o di coppi,
mentre le altre avevano la copertura
di stoppie o canne palustri.
E poi tante grotte scavate
attorno alla collina.
Così trovò il paese
Ruggero II, re di Sicilia,
nel 1132,
giungendo dalla Puglia,
dove tanto sangue s’era versato
per sistemare le cose,
con un esercito di fanti
e uomini a cavallo,
che trovarono acqua fresca,
ristoro e fieno per i cavalli.
Una volta sistemato il tutto,
Ruggero andò a visionare da sopra
il castello, ancora stanco
per il lungo viaggio fatto.
Gli indicarono dov’era
Benevento coi suoi nemici:
il cognato Rainulfo d’Alife,
e Roberto II, principe di Capua.
Nell’ammirare i circondari,
chiese come si chiamava
quella montagna tutta raccolta
come una bella dama distesa
giusto dietro Benevento.
Appreso che era la Dormiente,
si passò una mano sul petto,
se ne innamorò ed era restio
ad andare a fare la guerra pure lì,
per non inzuppare di sangue

anche quelle terre.

 

* A Montecalvoli, come probabilmente si chiamava Montecalvo Irpino intorno al Mille, arrivò verso la metà di luglio del 1132, proveniente dalla Puglia, Ruggero II il normanno, re di Sicilia, Calabria e Puglia. Vi rimase qualche giorno.

I baroni meridionali erano in rivolta, volevano più libertà d’azione e poter conservare i propri feudi e privilegi. In Puglia erano stati sottomessi e molto sangue era stato versato a Bari. Anche in Campania erano in agitazione e Ruggero II passò per Montecalvo per affrontare, col proprio esercito, i suoi nemici nel territorio beneventano: il cognato Rainulfo d’Alife e Roberto II, principe di Capua.

Sotto Ruggero II (vedi Museo Civico di Ariano Irpino) fu coniato per la prima volta il ducato in argento ad Ariano Irpino, nel 1140, e poi in oro a Venezia nel 1284. Diversi stati imitarono questa moneta. Nella nostra terra, dire “adda caccià li cuócchjili” significa “deve tirar fuori i soldi”. Ciò è dovuto al fatto che i ducati avevano forma di gusci di frutta secca, come mandorle e noci, che, in dialetto, si chiamano cuócchjili.

La Dormiente, così chiamata dagli abitanti dei circondari, visibile a decine di chilometri di distanza come una donna distesa, è il massiccio del Taburno, alto 1394 metri. Il testo poetico è in dialetto irpino dell’Ottocento.

Per altre notizie storiche vedi Ruggero II Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un normanno nel medioevo, di Pierre Aubé, edito da Newton & Compton a Roma nel 2002. (Testo e relativo dipinto sono nel sito www.angelosiciliano.com e usciranno nel libro Montecalvo Irpino: la memoria e i documenti, di prossima pubblicazione, del giornalista Mario Aucelli).

 

                        Zell, 20 febbraio 2008                                                  Angelo Siciliano