LA RIVOLUZIONE DEL WEB IN LUCANIA E IN IRPINIA
Storia, poesia, musica, territorio, cultura orale, patrimonio immateriale,
tradizioni, attualità, dialetto e un libro di Donato Muscillo di Genzano:
Raccontare il poco – Biàt a códd iórë ca ént a sólchë spaccàt mórë

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            La rivoluzione del web
 

Grazie al computer, all’informatica, alla rete internet, al web, alla posta elettronica, al digitale, ai nuovi software e all’elettronica di consumo siamo continuamente coinvolti e immersi in una rivoluzione sociale e culturale senza fine, i cui contorni paiono ancora solo vagamente definibili nel suo continuo divenire.
Da qualche anno il “cartaceo”, inteso come libri, quotidiani, riviste ecc. è in sofferenza. Cambiano i mezzi, gli strumenti, gli utenti e i luoghi di diffusione di quel che era oggetto di divulgazione esclusiva tramite la carta stampata. Il problema serio dei giornali – a parte il calo dei lettori – anche se in Italia c’è ancora il finanziamento pubblico, è la diminuzione degli introiti pubblicitari. Infatti, alcuni editori Usa di grandi quotidiani, a causa di ciò hanno fatto bancarotta.
 
I motori di ricerca consentono la consultazione gratuita degli articoli dei giornali. Tanto si rifanno con l’incasso della pubblicità! E allora, il 2 febbraio 2011, Murdoch, il più grande editore del mondo, ha presentato a New York “The Daily”, il quotidiano per iPad, consultabile al costo di 99 centesimi di dollaro a settimana.
Indubbiamente, grazie alla digitalizzazione e alla continua innovazione tecnologica, non siamo che all’inizio di una nuova rivoluzione per i media. E ciò, unitamente all’invenzione dell’eBook e all’uso della carta riciclata, dovrebbe rinfocolare qualche speranza negli ambientalisti: sempre meno foreste saranno destinate alla produzione di cellulosa.
Identico destino tocca all’arte, alla musica, al cinema ecc., grazie anche a una serie infinita di link. E anche per la tivù si prospetta un connubio sempre più stretto con il Pc e con il web.
Per un fatto di costi da comprimere, ma anche di velocità divulgativa, sempre più frequentemente tutto trasloca sul web: un mare magnum, dove si trova di tutto. Ma la cronologia è appiattita in ossequio all’effimero, con un susseguirsi continuo di fatti e notizie, che diventano presto “vecchi”. E tendono a perdere visibilità e a sparire.
Si ipotizza pure la creazione di mega-archivi elettronici, in cui conservare, a futura memoria, tutto quel che s’è immesso sulla rete.
Chi si avventura sul web deve sapersi orientare. E i minori, che adoperano Facebook come una “protesi” per socializzare, se non controllati, sono esposti a qualche rischio. Gli adulti devono discernere tra quel che si va a scaricare, perché talvolta l’informazione è approssimativa o, peggio, la disinformazione è in agguato. Ma va pure detto che, grazie al web, talvolta sono divulgate “verità” che qualcuno aveva taciuto per i propri fini, o perché coperte dal segreto di Stato. È il caso di Wikileaks, il cui fondatore, l’australiano Julian Assange, attualmente agli arresti a Londra, fa ancora tremare il mondo con la potenziale divulgazione di migliaia di documenti, che allarmano le cancellerie del pianeta.
Su Fb opera un popolo di “amici”, che si appoggia anche a YouTube per mettere in rete brevi filmati e pezzi musicali o per fruirne.
Purtroppo, imperano spesso l’improntitudine, la banalità delle mezze frasi sghignazzate, provocazioni a volte licenziose e dialetto sbocconcellato, semplificato e improbabile avanzo della cultura orale che s’è molto immiserita ancor prima del voltare del Novecento. Ma anche la lingua italiana avrebbe a che ridire. Come per i messaggi col cellulare, così anche su Fb è normale trovare una frase tipo “x me 6 tutto” anziché “per me sei tutto”. Per non parlare poi delle sgrammaticature, talvolta frutto accidentale dell’improvvisazione o della svista, e della perdita definitiva del congiuntivo. Insomma, una selva di “lingue” e gerghi di nuova creazione. E la generazione dei giovani, che non trova lavoro – tanti minorenni che non hanno più una memoria condivisa –, grazie a Fb diventa visibile. Si affaccia in società e cerca di accreditarsi, anche per emanciparsi. E il più orgoglioso è chi può esibire più “amici”, che possono assommare anche a centinaia di individui.
Vi è chi sostiene che i media stanno modificando il nostro cervello. E anche se esso conserva la sua plasticità, ormai la mente fa “click” ancora prima del mouse.
Tuttavia, non tutto è identico, banale o mediocre su Fb. Vi sono nicchie in cui si chiede di firmare appelli o ci si adopera per stimolare l’aggregazione attorno a idealità calpestate, eventi mediatici, fatti politici e battaglie culturali. Si promuove l’adesione ad associazioni on line, per la formazione di opinioni e di interessi culturali comuni, con propositi e proposte scritti in “bacheca” o creando “post” con documenti anche illustrati, e stimolando a interagire in un dibattito virtuale, con botte e risposte, da parte di “amici” coinvolti o “taggati” in una foto. E si possono immettere gruppi di foto, recenti o del passato, per condividerne la fruizione. E non va trascurata la possibilità di chattare, mentre si naviga in rete, o fare videochiamate.
 
 
Il contesto lucano
 
Grazie a Facebook, ho conosciuto da un paio d’anni tanti “amici”, tra cui Donato Muscillo, e capito quel che lui va facendo per il proprio paese natale, Genzano di Lucania (Pz). Con un nutrito gruppo di “amici”, attraverso “AGORÀ”, Circolo culturale (virtuale) genzanese, e “Castello di Monteserico”, sta facendo un lavoro di riscoperta, recupero, approfondimento e divulgazione del dialetto, della storia e vicende locali, anche con ricerche negli archivi, di cui è dato poi conto. A inizio dicembre 2010 erano promotori in Genzano di un convegno sul salvataggio del dialetto dal titolo “Il nostro dialetto può assurgere al rango di lingua?”.
 

 
E poi, sempre su Fb, c’è Ezum Valgemom-ICHNet di Giuseppe Torre da Potenza, che, nell’ambito di un progetto internazionale dell’Unesco, si sta prodigando tanto per il recupero e la salvaguardia del “Patrimonio immateriale”. E non agisce solo per la Lucania, ma si muove ad ampio raggio, in varie regioni d’Italia, laddove forte si leva il grido che c’è qualcosa da valorizzare, salvare o denunciare, per attirare l’attenzione del maggior numero di persone possibile. E promuove l’Atlante linguistico, l’Associazione per la zampogna e collabora con quelle per l’arpa, per il flauto di canna, dei campanari ecc. Quando si diffonde il tamtam su Fb, ci si dà appuntamento nei luoghi in cui si tengono incontri, convegni ecc.
Ancora attraverso Fb, per il sito LucaniArt Magazine, Maria Pina Ciancio va proponendo le sue interviste ai poeti contemporanei.
Carmine Donatelli di Tricarico, paese di Scotellaro, che ha scelto come propria icona il brigante Crocco, va proponendo criticamente aspetti della contemporaneità, attraverso i “fasti e i nefasti” del brigantaggio.
Se ci fossimo affidati solo al cartaceo, sicuramente io, Donato Muscillo e altri “amici” del web non ci saremmo accorti della reciproca esistenza e non avremmo dato, alle cose che andiamo facendo, il senso e la svolta che proprio il web ci consente. E, quindi, anche noi di una certa età impariamo continuamente a guardare e a riscoprire il mondo con occhi diversi.
Pure Muscillo è un emigrato. Ma, mentre io dall’Irpinia orientale me ne salii a Trento, lui si mosse a corto raggio: si sistemò come insegnante a Foggia. A un passo da casa.
I nostri dialetti – anche se la grafia fonetica del genzanese potrebbe intimorire il non addetto ai lavori, mentre quella adottata da Albino Pierro da Tursi (Mt) è meno accidentata – hanno qualche contaminazione con la parlata pugliese: più col daunio il mio, più col barese quello di Genzano. E le nostre culture orali, se non sono proprio identiche, penso che abbiano tantissimo in comune, in quell’ampia koinè che fu e ancora è l’Italia meridionale.
Attraversando la Lucania, per andare o tornare da Krotone, città di mio suocero, mi sono fermato spesso a Matera, e ho colto anche l’occasione per visitare Melfi, Acerenza, Venosa, Lagonegro, Bernalda, l’area archeologica di Metaponto e il lago di Monticchio nel cratere del Vulture. Mi piace scambiare qualche parola con le persone che incontro: il giornalaio, il venditore di frutta e verdura o di generi alimentari per cogliere dalla loro voce le inflessioni dialettali, qualche termine locale o un lemma, per una fugace comparazione con la parlata del mio paese natale, Montecalvo Irpino. Grande è la mia meraviglia nello scoprire che abbiamo molto, ma molto di più di qualche parola o frase dialettale in comune.
Le Dolomiti Lucane, finora, mi son dovuto accontentare di ammirarle dalla Basentana o di scaricarle dal web. Ma sul Pollino ci sono stato!
Nel 2009 telefonavo, a caso, a Monticchio di Rionero in Vulture (Pz), e una signora capace e gentile, con estrema pazienza, mi aiutava a tradurre in dialetto locale una mezza dozzina di versi di uno dei miei sette poemetti dialettali inediti, “Munticàlivu a lliéttu murtóre” (Montecalvo sul catafalco), incentrato sulla morte apparente – per una sorta di burla – del mio paese natale e l’accorrere, per la gestione del lutto, di alcuni paesi e città personificati, lontani o vicini, relativamente ai quali, nella cultura orale montecalvese, ho repertato negli anni diversi blasoni etnici “forestieri”, intesi come detti o aneddoti di riferimento, coloriti e interessanti. Quello riguardante Monticchio, che pare un distico a rima baciata, è il seguente: “Ha ghjutu sin’a Mmuntìcchju / pi nu capu di sausìcchju! (E’ andato sino a Monticchio (distante oltre 100 km) / per una salciccia!)”.
 

 
Devo aggiungere che di telefonate così, e sempre a caso, mi toccava farne una quindicina, per attingere ai dialetti dei paesi coinvolti nel poema. E devo confessare che ho trovato grande collaborazione da parte dei miei sconosciuti e incidentali informatori.
Negli anni ho guardato ad alcuni poeti di Lucania. Ne ho letto i versi e ho imparato a conoscerli.
Ho visitato spesso Matera, grazie soprattutto alle sue mostre. Ne prediligo i Sassi, le chiese e alcuni palazzi. Soprattutto Palazzo Lanfranchi, con il lungo dipinto di Carlo Levi (1902-1975) sulla civiltà contadina dedicato a Rocco Scotellaro (1923-1953), che, nonostante la sua oleograficità, affascina il visitatore: in esso è cristallizzato quel mondo contadino arcaico, che non c’è più. Certamente una realtà fatta di miseria, a cui tuttavia si rivà con nostalgia, quando pressante è il rifiuto per le brutture, le involuzioni, le ingiustizie, le immoralità dell’oggi.
Ho stima per Giuseppe Appella e la sua casa editrice Edizioni della Cometa. Un intellettuale, critico e storico d’arte raffinato nell’organizzare negli anni grandi mostre di pittori o scultori nei Sassi di Matera. Tantissimo ha fatto per la cultura lucana e per divulgare Scotellaro e altri poeti locali, attraverso l’edizione di minuscoli preziosi libretti. Ma il suo gioiello è il MUSMA (Museo della Scultura Contemporanea di Matera), il più importante museo nazionale dedicato alla scultura e all’arte tridimensionale. Sulla base di un suo progetto culturale lo ha realizzato la Fondazione Zétema, con il Patrocinio del Comune e del Circolo La Scaletta di Matera.
Imparai a conoscere la poesia di Leonardo Sinisgalli (1908-1981).
Con Manlio Rossi Doria (1905-1988), economista e meridionalista illuminato, ebbi qualche breve scambio telefonico e di corrispondenza prima della sua morte.
Ma ricordo ancora nitidamente l’ex presidente del consiglio e poi senatore a vita democristiano, il lucano Emilio Colombo, che, capitato casualmente nel 1993 nella mia mostra personale a Castel Drena (Tn), dove esponevo anche le mie opere con i catafalchi, più o meno bonariamente mi rampognava che quelle erano scene che dobbiamo cancellare. Assieme a tutta la cultura orale della civiltà contadina, perché essa ci arreca solo vergogna. In un certo senso, il tempo l’ha accontentato!
Ricordo Mario Trufelli, nei suoi servizi di cronista per la tivù nazionale, poi poeta premiato.
Ho perso di vista l’opera di Raffaele Nigro, autore di Fuochi del Basento e altri libri e romanzi.
Grazie alla tivù, ho potuto ascoltare Albino Pierro (1916-1995), emigrato a Roma, nella lettura delle sue poesie in dialetto protostorico di Tursi, suo paese natale, a cui lasciò i propri beni. Il suo archivio letterario è dell’Università della Calabria, a Rende (Cs).
Lui e Mario Luzi (1914-2005), con una bibliografia vastissima alle spalle, sono stati due galli nel pollaio: per qualche anno nominati per il Nobel della Letteratura. Ma, tra i due litiganti, la spuntava Dario Fo. Gli veniva assegnato il Nobel nel 1997, perché «nella tradizione dei giullari medievali fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati».
In Sicilia, Puglia e Lucania ha operato per la storia antica e l’archeologia Carlo Belli (1903-1991) di Rovereto (Tn): il “parnaso del Trentino” nella prima metà del Novecento. Fu tra i pionieri dell’Astrattismo italiano, compositore di musica, scrittore di saggi d’arte e giornalista, oltre che grande amico di Giuseppe Appella e Vanni Scheiwiller, grande editore di poeti. Il suo archivio è presso la sede dell’Archivio del ‘900 del MART di Rovereto.
Se per la Lucania ho una conoscenza sommaria e trasversale, per Genzano non ho avuto modo di passare per un “sopralluogo” linguistico. Ma faccio questo ragionamento: se quello scritto da Muscillo non è il dialetto della sua gioventù, ma quello che ancora si parla nel paese, allora si può ritenere Genzano un paese fortunato. Ad altri borghi è toccato in sorte l’immiserimento irreversibile della propria parlata.
 
 
            Il contesto irpino
 
A riguardo del dialetto del mio paese natale, la cacuminale, antichissimo suono mediterraneo – presente nelle parole in sostituzione del suono liquido della doppia l, come in puddrìdru, quéddra, caddrìna (puledro, quella, gallina) –, scompariva dalla parlata dei ragazzi già negli anni Settanta del Novecento. E, a seguire, stessa sorte toccava al suono della fricativa, della laringale e poi a buona parte del vocabolario orale adoperato, che io mi sono premurato di raccogliere. Ma tuttora è solo manoscritto, con 8-10.000 parole.
 

 
Ma per me, che vissi e partecipai a Napoli allo “strappo” del Sessantotto, la delusione maggiore è derivata dal fatto che nessun giovane compaesano, laureato e rimasto in loco, mi abbia seguito. Neanche per curiosità, su questo sentiero di ricerca e riscrittura creativa. Chissà, forse perché esso è impervio e solitario, oltre che faticoso e senza uno sbocco professionale o di una prospettiva minima di reddito.
Anche in Irpinia (“L’Irpinia verde!” la definiva, in una lettera del 16 giugno 1928 indirizzata a Guido Dorso (Avellino, 1892-1947) autore del saggio “La Rivoluzione Meridionale, il lucano Giustino Fortunato (1848-1932), che, da iscritto al CAI, Club Alpino Italiano, i monti irpini aveva salito e camminato), terra di colline, montagne boscose e ricca di fiumi che noi emigranti abbiamo sempre percepito come “Terra del silenzio”, qualcosa si muove. Forse, più di qualcosa!
 

 
Angelo Verderosa – architetto che ha restaurato cattedrali offese dal sisma e creato qualche museo – e un folto numero di amici e intellettuali, con il blog di COMUNITÀ PROVVISORIA, si sono mossi da qualche anno per l’arte, l’architettura, la poesia e l’ambiente promuovendo raduni e meeting. Prima il luogo di riferimento era il Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi, detto di S. Guglielmo da Vercelli, fondatore nel XII sec. del Monastero di Montevergine sul Partenio, dedicato a Mamma Schiavona, la Madonna ‘la Shcavunìja, Mamma Scura di pelle. Schiavònia in passato indicava la Dalmazia e più precisamente l’attuale Bosnia. Poi, sono venute le battaglie per la salvaguardia dell’altopiano del Formicoso, contro la creazione di una megadiscarica di rifiuti. Problema annoso, questo, della Campania e di Napoli soprattutto. La loro attività si è focalizzata sulla creazione e gestione del Parco di Cairano. E Franco Arminio ne è uno degli instancabili artefici con la sua “battaglia paesologica”.
 

 
Donato Violante, con il sito www.irpinia.biz/irpinianostra e la rivista on lineIrpinia ed Irpini dell’Associazione Irpinia Nostra, promuove la valorizzazione dei comuni dell’Irpinia divulgandone storia, cultura, tradizioni, prodotti tipici e attualità con rassegne economiche.
Mario De Prospo va conducendo su Fb una battaglia per salvare le biblioteche comunali di Avellino.
Mario Perrotta, con le sue foto e i suoi eventi, rende conto su Fb delle sue escursioni ambientali, artistiche e culturali.
Antonio Pica di Lioni, con l’Associazione Fateci Respirare, si batte da anni per il recupero del centro storico del proprio paese e organizza la “Mostra annuale degli autori irpini”. In passato lo faceva in collaborazione con il periodico “Altirpinia”, del compianto direttore Nino Iorlano, anche lui di Lioni.
In Irpinia escono due quotidiani, “Corriere – Quotidiano dell’Irpinia” e “Ottopagine”, dai cui siti si possono scaricare notizie e articoli archiviati.
 

 
E sempre grazie a internet si dà conto che, in diversi comuni d’Irpinia, si va svolgendo, con la partecipazione di diversi poeti e studiosi, un “tour” poetico, “Poesia irpina per l’Unità d’Italia”, tema attuale in quest’anno di celebrazioni per i 150 anni dell’Unità, e in cui è incastonata la sezione “L’Unità d’Italia e Francesco De Sanctis”, con Francesco Barra, docente irpino presso l’Università di Salerno. È iniziato nell’ottobre 2010 a Bagnoli Irpino e si concluderà nel giugno 2011 a Castelfranci. Tra i poeti partecipanti, quelli di riferimento sono Franca Molinaro, Giuseppe Iuliano e Aniello Russo, che stanno facendo tanto per la poesia, la cultura e relativa divulgazione.
Franca Molinaro attende attualmente alla creazione di un’antologia e a una collana di autori dialettali, che usciranno con l’editore Silvio Sallicandro.
Aniello Russo, nella sua ultraventennale attività di ricerca, recupero, studio e divulgazione della cultura orale di tutta l’Irpinia, ha pubblicato oltre una quindicina di volumi tematici.
 

 
Il critico letterario, Paolo Saggese, molto impegnato col “tour” poetico, si è affermato in questi anni in Irpinia e in Campania. Con altri intellettuali e poeti è fondatore e animatore del CDPS (Centro di Documentazione sulla poesia del Sud) creato a Nusco nel 2004, la cui voce è la rivista “Poesia Meridiana, Spazi e luoghi letterari per i Paesi Mediterranei e per i sud del mondo”. Ha recentemente pubblicato, con Delta 3 editore di Silvio Sallicandro di Grottaminarda, l’antologia poetica sul terremoto La polvere e la luna: i poeti del 23 novembre (in essa è anche la mia poesia Terremoto). Ora sta preparando il secondo volume sulla poesia irpina contemporanea. Grazie a questi amici, il “cartaceo” permane nella sua importanza. Gutemberg può vivere di rendita ancora per qualche anno!
Ad Ariano Irpino, Ottaviano D’Antuono, oltre ad aver creato il Museo Civico, in cui è celebrata la storia della maiolica arianese e di cui è responsabile, ha fondato anche il Museo Giuseppina Arcucci. Intellettuale, artista, restauratore e bibliofilo è anche organizzatore di mostre. E l’Associazione amici del Museo di Ariano pubblica il periodico “Aequum Tuticum” (Tuticum è un termine osco, da touto, popolo – Cfr. E.T.Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi editore, Torino 1985 – città preromana, ora in territorio di Ariano, e forse una delle capitali federali del Sannio antico. Dalle sue parti passano l’Appia-Traiana, che da Roma, attraversando Benevento, portava a Brindisi, e il tratturo Pescasseroli-Candela, forse esistente già nel Neolitico, oltre 4000 anni a. C., facente parte della rete viaria di Tratturi e Tratturelli dei Sanniti nell’Italia Centro-Meridionale).
 

 
Da Montemarano, sempre grazie al web, mi contattava Luigi D’Agnese, perché aveva scoperto due canti di Montecalvo Irpino, Serenata montecalvese e Serenata allo sposo, repertati dall’americano Alan Lomax nel 1955, che era passato per la sua ricerca per tanti altri paesi d’Irpinia, e archiviati presso il Centro nazionale studi di musica popolare dell’Accademia nazionale di S. Cecilia di Roma. A fine giugno 2009, io e l’amico Gaetano Caccese, maestro di sci e organizzatore di trekking sportivi, culturali e religiosi, nell’ambito del Progetto U. I. S. P. col suo Judo Sci Fitness Club di Ariano Irpino, visitavamo il bel Museo Civico Etnomusicale “Celestino Coscia e Antonio Bocchino” di Montemarano e con piacere apprendevo quanto sta facendo da anni la locale Associazione culturale “HIRPUS DOCTUS” per salvare e tramandare, anche con la pubblicazione di DVD, la tarantella “processionale” e il carnevale montemaranesi. Gli devo un articolo. I due canti, mi sarebbe piaciuto recuperarli per confrontarne i testi con quelli da me raccolti a Montecalvo: oltre 200 canti e il poema contadino cantato Angelica di 107 quartine, unico in Irpinia e ultimo trascritto in Italia. Ma mi son dovuto convincere che è pressoché impossibile.
Il 17 agosto 2010, mia moglie mi accompagnava a Montemarano, dove partecipavo come relatore al convegno all’aperto “I BENI IMMATERIALI DEI POPOLI”, in quella che era la prima delle due giornate nel Bosco di Montemarano di dimostrazioni pratiche di tarantella ballata e suonata con strumenti tradizionali e nuovi strumenti. E naturalmente c’era anche Giuseppe Torre.
A Frigento, suo paese natale, si occupa di archeologia, scavando e repertando da anni, Salvatore Forgione, con la supervisione dell’archeologo prof. Francesco Fedele dell’Università Federico II di Napoli. Anche lui, che vive a Mercogliano, mi contattava grazie al web, per via dei reperti preistorici, da me rinvenuti alla Costa della Mènola di Montecalvo, e divulgati sul web. Gli ho fatto visita a casa nell’ottobre 2010. Mi ha regalato i suoi diversi libri pubblicati in questi anni, con le splendide illustrazioni dei reperti del Paleolitico, che ha fotografato e anche mirabilmente disegnato. La preistoria irpina mi incuriosisce e inorgoglisce. Ed è collegata a quella dell’Abruzzo e della Lucania. Con la fantasia, a volte, mi sorprendo a immaginarmi come potessero vivere quei lontani progenitori, da cacciatori raccoglitori. E ripenso a quante civiltà siano scomparse sulla nostra Dorsale appenninica. Anche in questo caso sono debitore di un articolo.
 

 
Il regista irpino Pino Tordiglione sta completando un film documentario sulla vita della beata Teresa Manganiello di Montefusco e Pietradefusi, detta la “Merlettaia di Dio”.
Da Nusco, Giovanni Marino, responsabile dell’Archivio Storico CGIL Avellino, è promotore di un’ampia attività culturale, che passa per Fb, e non trascura la storia e le problematiche della collettività locale.
A Montecalvo, dove resiste agli agenti atmosferici una lunga striscia di Murales coi miti locali, di cui fui promotore nel 1988, dopo la pubblicazione del mio libro, Lo zio d’America, di testi in dialetto montecalvese, sono attivi una radio locale, Radio Ufita di Domenico Santosuosso, e i seguenti siti privati, che si muovono tra cronaca locale e cultura: www.sanpompilio.it, dedicato al santo nativo del paese, S. Pompilio Maria Pirrotti, il cui santuario è a Campi Salentina (Le), per il quale ha molto lavorato in questi ultimi dieci anni il giovane abate don Teodoro Rapuano, creando anche il primo museo di Montecalvo, e il 9 marzo 2011 papa Benedetto XVI incoronerà, al termine dell’udienza generale nell’aula Paolo VI in Vaticano, la Madonna dell’Abbondanza di Montecalvo, Mamma Bella per S. Pompilio, alla presenza dell’abate e di oltre 400 pellegrini montecalvesi; www.irpino.it, di Francesco Cardinale, che mette in rete anche le ricerche su cultura, storia e archeologia locale di Mario Sorrentino, e si avvale della collaborazione del cronista locale Angelo Corvino; www.montecalvoirpinoonline di Alfonso Caccese; TeleMontecalvo su Fb e il sito www.TeleMontecalvo.it, di Alfonso De Cristofaro (ha promosso i prodotti tipici locali, tra cui il pane, e creò in passato una radio locale, Radio Delta, e il periodico Irpinia Flash), una piattaforma, su cui i collaboratori possono inserire i propri testi documentati, con cui collabora il giornalista Mario Aucelli, per una vita corrispondente del quotidiano Il  Mattino di Napoli e poi ricercatore a tutto campo della storia locale del paese, relativamente al XX secolo. L’associazione di giovani Libera Mente, con iniziative culturali, musicali e sportive, attraverso Fb cerca di scuotere il paese dal suo torpore.
 

 
Il mio sito, www.angelosiciliano.com, creato nel 2004 da Alfonso Caccese e gestito dal sottoscritto dal 2008, getta un ponte tra la cultura dell’Irpinia, mia terra d’origine, e il Trentino, in cui vivo dal 1973.
Più o meno tutti i comuni hanno aperto al web e si rendono visibili coi propri siti istituzionali.
 
 
            Il dialetto e il libro di Donato Muscillo
 

Donato Muscillo, in settembre 2010, mi recapitava con una mail, il suo libro formato word di 104 pagine, “Raccontare il poco – Biàt a códd iórë ca ént a sólchë spaccàt mórë”, edito da “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale L’espresso-Repubblica.
Trattasi di un libro di “Versi, dialettali e non, su cose genzanesi”, come è riportato in copertina.
Prima di addentrarmi nel suo contenuto, ritengo importante puntualizzare il discorso sul dialetto.
A Genzano di Lucania (Pz), a inizio dicembre 2010 si teneva un convegno sul salvataggio del dialetto dal titolo “Il nostro dialetto può assurgere al rango di lingua?”.
E si apprendeva dal web che il dibattito che ne scaturiva, dalla questione principale, posta dal tema del convegno, si spostava sul fatto che il dialetto genzanese non ha una tradizione scritta e quei pochi che si sono cimentati nella sua scrittura, l’hanno fatto liberamente, senza aver fissato un codice, vale a dire una convenzione grafica di scrittura. Tuttavia, i convegnisti erano d’accordo su un fatto: “Tutti plaudiamo all’iniziativa di Donato Muscillo che ha proposto la realizzazione di un centro di documentazione del dialetto, ma se non concordiamo una linea comune sui criteri di trascrizione non andiamo da nessuna parte”.
Quindi, è giusto porsi il problema di una convenzione grafica di scrittura. Una questione del genere se la posero, diversi anni fa, i poeti dialettali del Trentino e la risolsero accordandosi su un codice grafico di scrittura con i poeti vernacoli di Lombardia.
 
Per esperienza personale, che per il mio dialetto irpino ho scelto il metodo della grafia fonetica, penso che sia una questione importante, e pur tuttavia relativa. Perché, prima di tutto, l’importante è scriverlo il dialetto. E non secondari sono la sua traduzione in lingua e la registrazione della lettura dei testi da parte dell’autore. E chi lo scrive, basti che indichi il codice o la convenzione adottata. Ma se non vi è chi lo scrive il dialetto, la questione è solo oziosa.
Non meno importante è che il dialetto sia parlato dalla comunità. Prima di tutto in famiglia, come “lingua degli affetti”, e poi anche come “lingua degli ambienti di lavoro”. Il suo uso non deve indurre in vergogna, come succedeva una volta agli studenti dialettofoni, severamente redarguiti dai maestri. E si rafforza se esso si fa affabulazione, se recupera miti e magie, storie di luoghi, fatti e vicende di persone, di cui questa società distratta non sa che farsene.
Tuttavia, nell’Italia dei mille dialetti, il poeta non salva il vernacolo. Ma lo fissa nei suoi testi. Lo rivitalizza e lo rende memoria. Talvolta lo ricrea, grazie alla magia fonica nell’accostamento di frasi e parole sorprendenti e disusate. Insomma, il dialetto si può anche “impastare” linguisticamente. Nel migliore dei casi, il poeta si fa “biblioteca e glossario vivente”. Ma perché il dialetto sia recepito, il poeta non deve scordarsi della tradizione. Deve ricorrere a un uso “illuminato” della memoria, per attingere anche all’immaginario collettivo. Con le imprescindibili giuste dosi di lirismo ed epicità.
Il dialetto può arricchire la lingua ufficiale. Lo scriveva il critico calabrese Antonio Piromalli (1920-2003): “L’arte che nasce dal terreno della cultura popolare e dialettale offre nuove possibilità di studio degli arricchimenti sintattici; esiste ancora, nel dopoguerra, un filone sommerso mantenuto subalterno, censurato, soppresso, che vale la pena di indagare”.
Il libro di Donato Muscillo dischiude lo scrigno della memoria riesumando scampoli di ricordi personali, familiari e frammenti di vita comunitaria, ormai desueti e pressoché dimenticati. Narrazione e lirismo, evocazioni intimistiche, senso epico, nostalgia e rimpianto, amorazzi giovanili, voyeurismi, affetti, atmosfere domestiche, ricordi struggenti, aspetti del proprio vissuto, autocompiacimenti, i canti ascoltati, la perdita dei propri cari e di alcuni amici, i luoghi emblematici del proprio territorio, il passato e il senso d’appartenenza, i sapori, gli aromi, i suoni e un fluire di sensazioni cangianti, legati agli antri domestici e agli ambiti del paese o dei paesaggi sono gli ingredienti dei testi poetici dialettali e in lingua di Muscillo, che, a volte, crea dei veri e propri bozzetti, con dei tocchi impressionistici. Tanta è la cura che mette nell’elaborazione testuale. E si avvertono i profumi di varietà floreali antiche, che ancora persistono, come la malvarosa, il volo del calabrone o della coccinella, gli odori fragranti di pietanze arcaiche, il sapore dell’aglianico fresco e del rosolio fatto in casa. La poesia di Muscillo è spesso epigrafica, pregna di presagi. Che siano dei segnali scaramantici, nell’andirivieni passato-presente e proiezione futura? Sono anche pensieri brevi e veloci – a volte telegrafici – minimalisti – con un intrinseco persistente lirismo. A volte è prosa lirica, sempre minimalista: versicoli non incolonnati ma allineati sullo stesso rigo. Nel libro vi sono anche mini racconti diaristici.
Isolo questi versi in dialetto dalla poesia “Epitaffio per me medesimo” : Mò ca sò grann capéscë pëcchè tènghë / u dócë nmòcchë e i parólë më ènzënë cómë mélë. / Criatur, m’ann pust mpitt l’abbëtinë dë mëlógnë / Eppur vulèss adduvënà i l’òtëm parólë, / quann spësëlèscënë la cascë / e së l’appòggënë a i mòscëchërë: / < Uaglió, ngul a cómë grav mast / Tatóccë, pur da murt >. Tradotti fanno così: Solo da grande comprendo perché so usare / belle parole nate da bocca dolce. / Da piccolo mi hanno appeso al collo l’amuleto di tasso. / Sarei curioso di ascoltarli / quando solleveranno la cassa / per portarla sulle spalle: / <perbacco come pesa, mastro Donato, pure da morto>.
Poi colgo alcuni versi in lingua, in cui il poeta gioca sull’uso delle parole : Mi vanto di poetare, / di saper trattare le parole, / ma per te sola non ne trovo. / Perché?
È importante che Donato Muscillo abbia vissuto sulla propria pelle la “chiamata” e poi assecondato l’“urgenza” della scrittura del dialetto, per un’ottantina di testi con traduzione in lingua. Anche per restituire o donare una parlata scritta agli amici genzanesi. E chi scrive il dialetto con questi intenti, sa tenere a bada quella “ruspatrice di dialetti”, che è la televisione dei talkshow e degli infiniti reality. Sa rifuggire dal mondo di plastica che ci circonda, dalle piaggerie del consumismo e dai valori fasulli. Perché essi tali appaiono a chi ha accumulato esperienze di vita vissuta alle spalle.
(Molte delle 32 foto utilizzate sono state scattate da me personalmente; altre, scaricate dal web, le ho ritoccate col pennello elettronico. Questo testo, pubblicato dal Corriere-quotidiano dell’Irpinia il 18 aprile 2011, è fruibile nel sito www.angelosiciliano.com).
 
                Zell, 4 febbraio 2011                                                                        Angelo Siciliano
 

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