LA MAIOLICA DELLE ANTICHE FABBRICHE
DI ARIANO NEL MUSEO CIVICO
Un libro di Ottaviano D’Antuono sul Museo Civico di Ariano Irpino

     
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Nel 1983 acquistavo, in una libreria di via S. Biagio dei Librai a Napoli, il volume di Guido Donatone, La maiolica di Ariano Irpino, pubblicato tre anni prima da Di Mauro editore. Volevo saperne di più su un artigianato antico, quello della ceramica arianese, che, come altri mestieri tradizionali, da alcuni anni era in sofferenza, anche per l’avvento della plastica, perché tanti oggetti d’uso quotidiano che erano fatti in ceramica, terracotta, metallo, legno o vetro, venivano sostituiti da oggetti della stessa forma, ma realizzati in plastica variamente colorata. Si trattava dei nuovi prodotti industriali seriali senza pregi particolari, che, assieme alla praticità, avevano il grande vantaggio del prezzo basso. E sempre la produzione seriale stava facendo sparire, da fiere e mercati settimanali dei paesi, anche tutti quegli attrezzi agricoli, come coltelli, falci, falcetti, zappe, rastrelli, forconi, roncole e accette, fino ad allora prodotti manualmente da fabbri e abili artigiani del metallo nelle proprie fucine.
Grazie a quel libro scoprivo che Donatone, che aveva inquadrato la produzione della maiolica arianese nel panorama delle fabbriche campane, aveva dato un impulso e un contributo straordinario alla scoperta della ceramica dell’Italia meridionale.
Nella ricognizione dei musei napoletani, che feci negli anni Settanta del Novecento, ero rimasto affascinato dal Museo Duca Di Martina nella Villa Floridiana, al Vomero, per le sue splendide collezioni di maioliche e porcellane.
Negli anni Ottanta avevo visitato il bel Museo delle Ceramiche di Faenza ed avevo apprezzato soprattutto la ceramica moderna di artisti internazionali come Picasso.
Ma la molla, che aveva fatto scattare in me la curiosità per la ceramica arianese, era dovuta anche al fatto che avevo raccolto, nei terreni coltivi di famiglia nella mia contrada di nascita, Costa della Mènola a Montecalvo Irpino, tanti cocci di ceramica, attratto da un fatto di segni e cromie delle loro decorazioni, che stimolavano la mia creatività, e mi avevano indotto a fare esperimenti nella produzione ceramica su cristallina. Poi, alcuni anni dopo, tra le stesse zolle, avrei raccolto anche tante asce preistoriche scheggiate da abili mani da pietre marnose.
 

Ed è sempre vivo il ricordo di tanti piatti decorati, vacìli, che le contadine e le donne del paese esibivano con orgoglio nelle credenze o nei portascodelle appesi ai muri, scudiddràri, di cui non è rimasta traccia. E, studiando i tanti chili di cocci raccolti, scoprivo che si trattava di frammenti di ceramiche arianesi (àshculi d’àmmuli, ammuléddri, giarri, pijàtti, vacìli, vacilòtti, cannéli, pippi, ecc. – cocci di brocche grandi e piccole, piatti, piatti grandi, piatti medi, lucerne, pipe, ecc.), prodotti a partire dal Medioevo sino al Novecento.

Ariano, cui va la mia gratitudine, è la città in cui da ragazzo studiai per otto anni. Vi faccio ritorno sempre con piacere e ne attraverso le vie passo passo, notando come sia tutto cambiato in cinquant’anni. Non ho conservato amici tra gli ex compagni di scuola – ognuno di noi se ne andò per la propria strada –, ma la cultura me ne ha fatto conoscere altri. Ed è da loro che faccio ritorno, per il piacere di scambiare idee, pubblicazioni e aggiornarci su ciò che si è fatto in arte e cultura, si dovrebbe o potrebbe fare, o non si farà mai.

Conobbi Ottaviano D’Antuono nel 1992: un creativo a tutto tondo, la cui famiglia – fratelli, figli e nipoti – è impegnata nella ricerca storica, etnografica, archeologica e nella divulgazione della cultura. Mi regalò una decina di libri di cui erano autori lui stesso e alcuni suoi amici. È pittore, restauratore, creatore di musei, studioso di storia locale e scrive poesie. Insomma, fa e promuove arte e cultura, coadiuvato dagli “Amici del Museo” per l’organizzazione di mostre e convegni, e la fornitura di consulenze qualificate in materia. E questo gruppo di amici dà linfa ed energie culturali alla rivista AEQUUM TUTICUM, dal nome osco della città preromana, probabilmente una delle capitali federali del Sannio antico in territorio arianese, sviluppatasi non lontano dal sito del Neolitico di 7000 anni fa, nell’area geologica della Starza, sottoposta per mezzo secolo all’intensiva estrazione di pietre marnose per la produzione di gesso e cemento.

 
Nel museo avevo apprezzato la bellezza della maiolica arianese: oggetti per lo più integri, o solo in piccola parte frammentari, simili a quelli che avevo raccolto alla Costa della Mènola. Ma avevo pure scoperto che, in esso e attorno ad esso, gravita un gruppo di operatori culturali, giovani e meno giovani, molto attivo.
Nel Museo Civico, sistemato al secondo piano di Palazzo Forti, Ottaviano D’Antuono ha raccolto e ordinato con certosina pazienza tanti pezzi significativi della maiolica arianese, donati anche da enti e cittadini, che sono l’espressione orgogliosa di un territorio, ma allo stesso tempo il tramite con cui è indagata, studiata e divulgata la sua storia. E la ricaduta di tanto lavoro è molteplice. Innanzitutto, lo stimolo dato alle tante botteghe artigiane, presenti sul territorio arianese, che si misurano in produzioni, che badano anche al recupero qualitativo di forme e colori della ceramica locale del passato. Quindi, un’attività che crea ricchezza alimentando il mercato della ceramica. E poi, l’inserimento del museo nel circuito turistico nazionale e internazionale può dare nuova linfa a un centro storico cittadino, che ha sofferto l’espansione urbanistica nei territori sottostanti più pianeggianti. Ma il museo non è solo un luogo per la conservazione di oggetti affascinanti, ma tuttavia inerti, feticci di un passato straordinario che non ritorna. È soprattutto un crogiuolo di idee e iniziative, perché esso rappresenta la parte culturale più viva di Ariano.
 

Il libro di Ottaviano D’Antuono, La Maiolica delle Antiche Fabbriche di Ariano Irpino nel Museo Civico, edito nel 2008, bellissimo per le illustrazioni contenute, pone un punto fermo su ciò che si è riscontrato sulla produzione delle fabbriche di maiolica arianesi e, oltre ad offrire una panoramica di oggetti di vari tipi e usi differenti, prodigiosamente recuperati, indaga pure i luoghi e i musei più disparati, anche esteri, in cui alcuni di essi sono attualmente esposti. Certamente questa fatica editoriale viene a colmare un vuoto bibliografico. Perché, come scrive Luciana Arbace nella sua introduzione, la bibliografia più recente, dopo il libro di Donatone del 1980, sopra citato, si è scordata della ceramica arianese, anche se a livello locale l’interesse per essa è molto cresciuto negli ultimi anni.

Belle e importanti sono le tante ricostruzioni su carta delle decorazioni ceramiche, fatte dal figlio di Ottaviano, Mario, specializzato in archeologia medievale, con disegni e campiture in tricromia, relative alla protomaiolica arianese del XIII e XIV secolo, partendo dai tanti cocci rinvenuti nelle antiche discariche urbane, ancora non noti agli studiosi della ceramica, e sicuramente potranno essere utili per un raffronto con reperti analoghi di altri siti meridionali, finora erroneamente classificati e attribuiti.

Dai 23 manufatti esposti nel 1991, anno della fondazione del museo, si è passati a 250 pezzi, che attestano le produzioni arianesi dal Medioevo in poi, ma le meglio rappresentate sono quelle che vanno dal XVI al XX secolo. Tanti sono gli oggetti e i vasi antropomorfi, le icone di santi, le figure corpulente velocemente tratteggiate da abili maestri. E poi targhe con santi, acquasantiere, ostensori, anfore, piatti, zuppiere, fiasche, borracce, brocche, albarelli, saliere antropomorfe, oliere, fiasche a segreto, lucerne, mattonelle (riggiòle), ma anche oggetti d’uso quotidiano più umili come colapasta, orci, padelle, teglie, tegami e pignatte.

Il territorio arianese abbonda di argille azzurre o scagliose, materia prima per la produzione di ceramiche, e l’abilità degli artigiani locali, nell’alchimia delle forme e dei colori, ha prodotto gli oggetti più belli e luminosi tra il XVIII e il XIX secolo, ma, come fa notare ancora la Arbace, questi risultati sono l’esito di tutta l’esperienza accumulata nei secoli precedenti e della valentia artistica di maestri, rimasti ignoti, che operavano nelle grotte di Ariano. E quei “maghi cavernicoli”, dopo i fasti della ceramica rinascimentale – basti pensare a Luca, Giovanni e Andrea Della Robbia, specializzati nella terracotta invetriata, dipinta con tecnica raffinata con i colori azzurro e bianco avorio –, hanno lasciato un’eredità straordinaria di ceramica popolare, che fa bella mostra di sé con le ceramiche di Cerreto Sannita, Castelli del Molise e della Sicilia.

Talvolta, mi sono chiesto, perché Ottaviano D’Antuono, che, oltre al Museo Civico, di cui è responsabile, ha creato pure il Museo Giuseppina Arcucci, non è stato nominato, da chi di dovere, direttore, oltre che per il riconoscimento al suo operato, anche per un fatto di gratificazione personale. Non trovando risposta, non so quanto c’entri la politica, che spesso attribuisce ruoli di rilievo a persone d’apparato, che, per certe funzioni essenziali e qualificanti come l’arte e la cultura, appaiono fuori posto.

                Scheda del libro

Il volume La Maiolica delle Antiche Fabbriche di Ariano Irpino nel Museo Civico, attraverso l’evoluzione della ceramica arianese, ripercorre contestualmente la storia quasi ventennale del Museo Civico arianese, il più attivo tra quelli esistenti in città. La presentazione è di Michele Giorgio e Manfredi D’Amato. L’introduzione è di Luciana Arbace, studiosa di maioliche e Soprintendente per i Beni Artistici, Storici e Etnoantropologici della Sardegna. Testi e disegni di Ottaviano D’Antuono. Le tantissime foto illustrative sono a colori. È stato stampato in luglio 2008 dalle Grafiche Lucarelli di Ariano Irpino.

(Questo testo, scritto per il Corriere-quotidiano dell’Irpinia, è fruibile nel sito www.angelosiciliano.com).

Zell, 8 dicembre 2008                                                                                                                                       Angelo Siciliano

Di seguito si riporta, in tema con l’argomento trattato, un mio testo poetico in dialetto montecalvese, tradotto poi in dialetto arianese, dedicato a Ottaviano D’Antuono.

ÀSHCULI*
 
Di tanta cristiani ca fatijàvunu
pi ‘nfacci’a li mmèrzi,
ca magnàvunu pupìni fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’aburracciàvunu di vinu
pi nun sènte friddu e stanchìja,
e li ssapévun’accuntà li ffanòji,
nun c’ha rumàsu mancu póliva.
E mmancu di li signùri si sape niénti!
Di na malisintènzija, “S’adda magnà
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”1,
sulu cócchidùnu ancora si ricorda.
Póch’àshculi2 o cìcciuli di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiéddri, ammuléddre,
tijàni, prisi, cìcin’e ppignàte
c’hannu rumasu pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nòmu
c’adda métt a ‘ddri rruvàgna
e mmancu chi l’ausàva3.
 
Zell, 7 aprile 2007
Angelo Siciliano
 
*A Ottaviano D’Antuono
SCHEGGE
 
Di tanti contadini che faticavano
lungo i pendii delle colline,
che mangiavano peperoni piccanti,
fritti con patate e frattaglie di maiale,
che tracannavano vino
per non avvertire freddo e stanchezza,
e sapevano raccontarle le facezie,
non ci è rimasto nemmeno polvere.
E nemmeno dei signori si sa nulla!
Di una maledizione, “Dovrà mangiare
il pane nell’orcio e bere
l’acqua nel crivello!”,
solo qualcuno ancora si ricorda.
Poche schegge di piatti grandi,
piatti medi e piccoli, brocche,
tegami, vasetti, orci e pignatte
sono rimaste nel terreno.
Se uno, che ancora adesso zappa
e le rinviene, non sa come erano
fatte quelle stoviglie
e nemmeno chi le adoperava.
 
 
 
 
ÀSHCULE
 
Di quanta cristiani ca fatijàveno
pi ‘nfacci’a l’appése,
ca mangiàveno pipìlli fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’abbuffàveno di vinu
pi nun sènte friddu e stanchézza,
e li ssapéven’accuntà le cciòcile,
nun c’é rumàstu mancu la póliva.
E mmancu di li signùri si sape chjù niente!
Di na malisintènza, “S’adda mangià
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”,
sulu quacchirùnu ancora s’ ricorda.
Póch’àshcule o raste di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiélli, giarrittèlle,
tijàni, siróle, cìcin’e ppignàte
c’hanno rumasto pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nóme
c’adda métt a ‘ste rruvàgne
e mmancu chi l’ausàva.
 
 
 
 
 
Maiolica su casa Cafoncelli a Montecalvo.
Maiolica su casa Cafoncelli a Montecalvo.
Frammenti ceramici rinvenuti a Montecalvo.

Nota

La traduzione dal dialetto montecalvese al dialetto arianese (la parlata di Tressanti), nella colonna di destra, è stata realizzata in collaborazione con Gianni Tommasiello a Montecalvo, il 12 giugno 2007.

1 Questa maledizione sembra affondare le sue radici nella cultura classica, in particolare nelle favole di Esopo. Chi la “scagliava”, è come se auspicasse la morte per fame e per sete della persona cui era diretta.

2 Àshcula indica un frammento, una scheggia, anche con riferimento al legno. Per un frammento fittile si adopera anche il termine cìcciula, che sta pure per deturpazione della pelle dovuta all’acne (cìcciuli uastàrdi), o al vaiolo, o all’effetto della relativa vaccinazione su una spalla che si praticava ai bambini fino all’inizio della seconda metà del Novecento. Per frammento o coccio di terracotta o di maiolica, si può adoperare anche il termine sfrénzula.

Pétina è lo smalto vetrificato, applicato a fuoco a recipienti in metallo come bacini, secchi e pitali (vacìli di faccia, cati e pisciatùri di fèrru biancu); è anche la cristallina applicata a recipienti in terracotta come pignatte, vasetti, pentole e tegami (pignàti, prisi, saróle, caccavèddre e tijàni) per impermeabilizzarli; come dispregiativo indicava la pelle scura di chi, costretto a lavorare sotto il sole, era perennemente abbronzato. Petina è un paese in provincia di Salerno. Ad Ariano Irpino, terra di fabbriche di maioliche, dopo il XV sec. i maestri maiolicari erano chiamati “pitanàri”.

3 Frammenti ceramici e di terracotta, di epoche diverse, si rinvengono ancora nelle terre coltivate attorno all’abitato di Montecalvo Irpino. Personalmente, nella mia campagna di contrada Costa della Mènola, in 40 anni ne ho raccolto tra le zolle una trentina di chili. Alcuni frammenti di terracotta risultano molto antichi e appartengono all’età del Bronzo, a quella del Ferro e all’epoca romana. I frammenti di ceramica dipinta, proveniente in massima parte dalle fabbriche arianesi (vi erano fabbriche di ceramica anche in Abruzzo e in Molise, in Puglia (Grottaglie, Laterza, Lucera, Martina Franca), a Montefusco (AV), a Cerreto Sannita (BN), a Vietri (SA), in Calabria e in Sicilia), appartengono ad oggetti prodotti dopo il Mille. Molti, probabilmente d’origine saracena, datano dal XIII al XV sec., mentre quelli con colori solari sono dei secoli successivi, soprattutto dal XVII al XIX sec. Sono quasi tutti in biscotto rosso. Tantissimi frammenti sono decorati con disegni di colore blu o azzurro su smalto bianco e appartengono a oggetti di tipo “fayenze”, con chiaro riferimento alle produzioni di Faenza, prodotti sino al XVI sec. e probabilmente anche dopo.

Per saperne di più, sul tipo di oggetti in ceramica adoperati a Montecalvo, si consiglia una visita al bel Museo Civico della Ceramica di Ariano Irpino, cui il suo creatore, Ottaviano D’Antuono, ha dedicato la passione e le energie di una vita. Consultare pure due testi di Guido Donatone: Maiolica popolare campana, Napoli 1976; La maiolica di Ariano Irpino, Di Mauro editore, Cava dei Tirreni 1980.
A Montecalvo, purtroppo, si potrebbe dire che non sono rimasti oggetti integri in ceramica popolare antica. Terremoti a parte, nella seconda metà del Novecento sono passati per le case di paese e di campagna orde di rigattieri napoletani e hanno portato via tutto, barattando con le donne del paese una vacìla con un certo numero di piatti bianchi moderni di scadente qualità (pijattiéddri di jissu).
Sui muri esterni di casa Cafoncelli, Mastu Lìbiru, in Corso Umberto, sono murate due maioliche del XIX secolo con immagini sacre (vedi sopra). Trattasi di due ex voto: Deposizione del 1832 e Regina del Rosario del 1845.

 

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