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UN PATRIMONIO RITROVATO NEL DIALETTO IRPINO
DELL’OTTOCENTO
Da molti anni sto
lavorando al recupero del patrimonio di ciò che fu la civiltà contadina
in Irpinia. La ricerca è incentrata sul mio paese natale, Montecalvo
Irpino (AV), piccolo comune dell’Alta Irpinia nord-orientale, area
geografica che è stata sempre a stretto contatto con le genti
d’Abruzzo, del Molise, del Sannio e della Daunia.Il suo territorio, già
frequentato e abitato nel neolitico, è attraversato dal tratturo “La
Via della Lana”, che consentiva ai pastori abruzzesi la transumanza
delle greggi da Pescasseroli a Candela, in provincia di Foggia.Come
molti paesi del Sud, Montecalvo è situato ad un crocevia, dove tanti
dominatori sono passati con le loro culture, lasciando segni indelebili
che si riscontrano nella lingua, negli usi e costumi, nella storia,
nelle credenze magiche e religiose, nel carattere delle persone.È un
paese che, come altri nei secoli passati, ha accolto genti di altre
regioni meridionali, dopo che la peste o il colera ne avevano
falcidiato gli abitanti. Infatti, su invito dei regnanti, molte
famiglie della Sicilia e della Puglia erano sollecitate a spostarsi,
con migrazioni interne, per cogliere nuove opportunità e ridare nel
contempo linfa vitale a tutte quelle contrade del regno che si erano
spopolate. Sarà anche per questo che nella parlata irpina si
riscontrano termini propri delle aree della Magna Grecia. Il dialetto
irpino ha come sostrato l’antica lingua osca.Gli Osci od Oschi erano
stati il risultato della fusione tra gli Opici e i Sanniti, dopo che
questi avevano conquistato la Campania intorno al 600 a. C..
In base a notizie
storiche e riscontri archeologici, seppure frammentari, si può ritenere
che i Sanniti ebbero radici comuni o discendenza dai Sabini, che erano
stati spinti dagli Umbri verso l’Alto Lazio. I Sabini, nell’VIII secolo
a. C., erano presenti sul colle del Quirinale ed ebbero frequenti
scontri con i Romani, sino alla sconfitta definitiva subita nel 290 a.
C..
L’identità dei
Sanniti, che erano suddivisi in quattro tribù, Carricini, Pentri,
Caudini e Irpini, cui dovrebbero essere aggiunti anche i Frentani, si
andò consolidando come struttura economica, politica e sociale a
partire dal V secolo a. C.. Essi non hanno lasciato documenti scritti e
la loro storia la si può ricostruire, grazie agli scrittori antichi che
si occuparono di loro, alle scoperte archeologiche e ai sistemi di vita
dei popoli sabelli della Campania e di altre aree geografiche.
Fieri e bellicosi,
furono temibili avversari dei Romani per la conquista e il dominio
sull’Italia peninsulare. Le ostilità con Roma, iniziate nel 343 a. C.,
si sarebbero chiuse solo nell’82 a. C. con lo sterminio di ottomila
prigionieri sanniti, ordinato da Silla dopo la battaglia di Porta
Collina. Il Sannio, territorio dei Sanniti, diventava così colonia
romana con Isernia e Benevento. Gli Irpini divennero un'etnia autonoma
nel 268 a. C., dopo la sconfitta riportata dalla Lega sannitica. Furono
sottomessi dai Romani nel 209 a. C. e sconfitti definitivamente nella
guerra sociale dell’83 a. C., dopo l’ennesima ribellione verso Roma.
Essi, come altri popoli antichi, durante una “Primavera sacra” (Ver
Sacrum) dedicata ad Ares, dio greco della guerra (Marte per i
Romani), erano andati alla conquista di un nuovo territorio in cui
stabilirsi. Erano un popolo “totemico”, nel senso che avevano
un’insegna votiva con un proprio simbolo, il lupo (hirpus) come
animale eponimo, diverso da quello degli altri popoli. I Piceni,
infatti, avevano adottato il picchio (picus), mentre i Sabini e
i Sanniti avevano scelto il toro (bos). I Sanniti, si diceva
prima, erano andati alla conquista dei territori dell’Italia
centro-meridionale. E proprio su quei territori si consolidò
un’isoglossa, l’area osca, cui appartiene il dialetto irpino, ben
definita geograficamente, che parte dall’Abruzzo e arriva sino alla
Calabria inglobando il Molise, il Sannio, l’Irpinia e la Lucania. Non
solo i Romani, ma anche i dominatori successivi, i Bizantini, i
Longobardi, i Normanni, gli Aragonesi, gli Angioini e i Borboni molte
tracce lasciarono su quei territori. Pur con delle varianti locali, si
potrebbe dire che il dialetto di queste aree è lo stesso, con forti
apparentamenti con quelli delle aree vicine, vale a dire il napoletano,
il salernitano, il dauno, il calabrese e anche il siciliano. Si
potrebbe sostenere che buona parte dell’Italia meridionale, perché
koinè, ha un dialetto identico, che in questi anni si è andato
molto impoverendo nel lessico, al punto tale che gli addetti ai lavori
n’avvertono il declino e ne temono la scomparsa.
Per quello che io
ho potuto verificare in quest’ultimo decennio, è molto più a rischio di
scomparsa il dialetto nei piccoli paesi, dove gli anziani glottofoni si
vanno riducendo notevolmente di numero, rispetto ai grossi centri dove
il loro numero permane più consistente e funziona ancora da
trasmettitore della parlata. Cominciai a scrivere in dialetto irpino
nel 1987. Sino allora me n’ero astenuto, perché mi bastava che la mia
creatività si manifestasse attraverso la poesia in lingua e le arti
figurative.
Pur essendo figlio
di contadini, avevo tenuto nascosta e compressa la mia cultura arcaica,
che avevo assorbito collaborando per venti anni ai lavori nei campi.
Tuttavia alcuni aspetti di quella cultura, di tanto in tanto, facevano
capolino nella mia produzione pittorica e in quella poetica in lingua.
Tra l’altro, immaginavo che sarebbe stato molto difficile recuperare la
civiltà contadina nei suoi molteplici aspetti, scriverla e
interpretarla senza rischiare di travisarla o edulcorarla. E poi temevo
che si sarebbe trattato di un’operazione faticosa e forse senza
destinatari, perché, imbarcandomi in una simile impresa, avrei dovuto
per forza di cose, essendo io un emigrato e lavorando in un ambito
differente da quello delle discipline letterarie e antropologiche,
circoscrivere la mia ricerca al mio solo paese d’origine, Montecalvo
Irpino.
Quando finalmente
mi parve maturo il tempo di consentire alla mia vena creativa di
liberarsi anche nella produzione dialettale, fu come se avessi stappato
un vulcano che da qualche tempo cercava di eruttare.
In pochi mesi
produssi, in ortografia fonetica dialettale, un’infinità di testi, per
un totale di oltre 5000 versi. Erano differenti tra loro per contenuto,
musicalità e forma, e li ordinai poi per gruppi omogenei. Contenevano
buona parte della mitologia locale e vicende d’uomini e donne, anche
con contrapposizioni tra classi sociali e intolleranze, che
travalicavano i ristretti confini del mio paese, per allargarsi a tutto
il Meridione. La mia sorpresa fu che quei testi piacquero a diverse
persone, amici ed esperti, e nel 1988 riuscii a pubblicare ad Avellino
il libro Lo zio d’America. Quel libro l’avevo scritto a
Trento, a Zell di Cognola, attingendo alla mia memoria.
Il progetto
iniziale era semplicissimo: riscrittura della cultura contadina
adoperando il dialetto stretto, senza compromissioni né abbellimenti, e
con la traduzione in lingua a fronte.
Prima di
pubblicarlo lo lessi a mia madre, Mariantonia Del Vecchio, contadina
nata nel 1922, per verificarne attendibilità e fedeltà a quella cultura
arcaica, di cui lei era ed è portatrice. In quel libro c’erano la sua
parlata e una parte consistente della sua cultura. Io mi ero finalmente
riappropriato della lingua degli antenati, il dialetto irpino parlato
non solo da mia madre, ma prima di lei dai miei nonni e ancora prima
dai bisnonni, nati verso la metà dell’Ottocento.
Pubblicato Lo
zio d’America, mi feci promotore, presso gli amministratori
comunali del mio paese, di due proposte: l’esecuzione di alcuni
murales, da parte di pittori muralisti, per l’abbellimento e il decoro
del paese; l’istituzione di un Museo Intercomunale dei Mestieri e della
Civiltà Contadina in Alta Irpinia. La prima proposta fu accolta. La
seconda rimase inascoltata. Presumevo che, con questo libro,
l’operazione di recupero potesse ritenersi conclusa. Mi sbagliavo.
Quasi subito mi accorsi che ero solo all’inizio della riscoperta di un
universo che stava scomparendo e così, per completare l’opera, sempre
fedele al mio progetto iniziale, decisi che avrei operato per il futuro
seguendo due percorsi paralleli e distinti: uno per la cultura orale e
un altro per la riscrittura. Il primo di essi ha comportato per me una
ricerca meticolosa sul territorio, per registrare e trascrivere
fedelmente la cultura orale, vale a dire tutto il materiale folclorico
che fosse possibile cogliere dalla viva voce degli informatori, gli
anziani glottofoni, prima che scomparissero. Il secondo percorso è
quello della riscrittura, sempre nel linguaggio degli informatori, di
quanto non fosse compiutamente testimoniabile, quindi non registrabile,
cioè il frammentario, il sommerso o il disperso della civiltà
contadina. Iniziava così il mio lungo viaggio, anche molto indietro nel
tempo, attraverso la memoria dei luoghi e delle persone, seguendo una
parabola biologica della conoscenza, alla ricerca dell’essenza e
autenticità dei valori perduti, sottovalutati fino a quel momento, e
quasi scomparsi. Lentamente si sono venuti addensando e definendo
l’identità collettiva di un’etnia, la sua storia non scritta e ciò che
si potrebbe considerare come il suo immaginario collettivo. Un
patrimonio vasto e straordinario, di una società minoritaria, su cui si
sono accesi improvvisamente i riflettori. Eccezionale ed emblematico,
per la varietà tematica di quanto è narrato con senso epico e
semplicità. Ancora vivo e ardente, reale e fantastico, i suoi miti, i
riti al di fuori della liturgia religiosa ufficiale, le credenze
magiche, i suoi usi e costumi. Completo nella messa a fuoco dei
differenti tipi umani, dei rapporti tra le persone e di quelli tra
queste e le bestie, che condividevano lo stesso mondo, fatto di stenti
e fatiche. Semplice e complesso allo stesso tempo. Tutto un vissuto
tramandato da bocca ad orecchio, nella società patriarcale, prima che
scadesse il tempo assegnatole dalla storia e si esaurisse la sua carica
vitale.
Ora il tutto è
registrato o documentato in forma scritta.
È stato, il mio,
un vero e proprio salvataggio culturale, riguardante l’etnia irpina,
poco o per nulla conosciuta all’esterno, la cui cultura, in tutto o in
parte, è comune alle etnie delle aree geografiche contigue: abruzzese,
molisana, sannitica, dauna, lucana e calabrese. Se è vero che in
passato, la prospettiva di vita appariva ai contadini come una faticosa
erta e la morte era onnipresente nella loro realtà, non mancavano
tuttavia momenti di spensieratezza, divertimenti, passatempi, giochi di
gruppo e ubriacature, passioni politiche, feste familiari e collettive
che alleviavano i tanti crucci, le ristrettezze e i problemi
esistenziali. È innegabile che molti dei rapporti tra le persone, nel
mondo contadino arcaico e patriarcale, si basassero su atteggiamenti e
comportamenti ritualizzati. Bisognava fare i conti con i miti, i tabù,
le inibizioni, la superstizione, le credenze magiche e religiose, le
presenze spiritiche, le usanze arcaiche, il parere del capo famiglia e
degli anziani del clan, l’opinione e i pregiudizi degli appartenenti
alla comunità.
Non c’erano i
media. Le notizie, anche quelle importanti, avevano una circolazione
limitata e talvolta distorta. Ogni occasione d’incontro tra i
componenti di una comunità serviva per parlare, scambiarsi pareri e
conoscenze, divertirsi e il tutto ne favoriva la socializzazione.
Anche i
pellegrinaggi verso i santuari lontani, dove fino a metà Novecento ci
si recava a piedi in gruppi familiari, aiutavano i contadini a
distrarsi dalle dure fatiche quotidiane, a socializzare con gli altri,
a vivere momenti di sincera devozione e ad evadere dal proprio
ambiente, seppure solo per alcuni giorni. Al rientro, ciò che si era
visto o vissuto personalmente, lo si raccontava in modo epico e
romanzato, destando la curiosità e la meraviglia di chi non si era
mosso dalla propria casa. Il materiale raccolto grazie agli informatori
comprende quanto segue: un eccezionale poema ottocentesco cantato, Angelica,
di 107 quartine; oltre cento canti montecalvesi classificati in una
decina di gruppi; molte preghiere, qualcuna è medievale; tanti cunti
antichi, molti sui santi, presentati con i difetti tipici degli umani;
detti, filastrocche, indovinelli, maledizioni e aneddoti; toponimi e
soprannomi; il glossario montecalvese con oltre 7.000 termini raccolti,
di cui 40 sono parole inglesi dialettizzate ( ad es.: li rrélli,
per indicare i binari, da rail way, ferrovia; affinzàni,
recintare con rete metallica, da fence, recinto, steccato; il
soprannome Ariòp, affibbiato ad un paesano stupido e
sfaticato, cacciato dall’America, da to hurry up, lavorare, sbrigarsi,
star su).
Il materiale che
ho prodotto, nello stesso linguaggio degli informatori, comprende i
seguenti testi: oltre trecento Confessioni degli antenati, con
racconti del proprio vissuto in un contesto presepiale-teatrale; cinque
lunghi testi con sabba, janare, lupi mannari e folletti; oltre un
centinaio di testi erotici, con un’atmosfera talvolta esilarante;
poesie in dialetto.
Il tutto è scritto
in versi che complessivamente hanno superato il numero di 25.000, di
cui meno di 7.000 quelli pubblicati finora.
Si tratta di testi
letterari e non saggi. Quelli che attengono alla mitologia sono in
prosa ritmica e ricordano la cadenza della narrazione degli anziani,
quando raccontavano i cunti ai ragazzini, attorno al caminetto (cimminìja).
Per averne un’idea, bisogna rifarsi a Il Cantico delle Creature
e ad altre composizioni umbre delle origini.
La varietà
lessicale, dei testi da me raccolti o scritti autonomamente, ha reso
vivo il dialetto irpino e ora lo si può accostare alle altre lingue,
sia all’italiano che alle lingue straniere.
Ho evitato
sistematicamente l’intrusione, nei miei testi, di potenziali neologismi.
A parte, ho
proceduto alla ricostruzione iconografica della veglia funebre e del
pianto rituale, nell’ambito della rivisitazione di quei comportamenti
che costituivano la gestione del lutto. Si tratta di una vera e propria
biografia etnica per immagini. Si potrebbe parlare anche d’antropologia
visiva.
Parte di queste
opere pittoriche fu esposta, nel 1993, in una mia mostra personale a
Castel Drena (TN), che gettava un ponte tra la cultura appenninica e
quella alpina.
Ho creato nel
tempo molti altri disegni e opere pittoriche ispirati a temi etnici.
Nel suo insieme,
tutto questo materiale si può considerare come un patrimonio
pluridisciplinare. Potrebbe interessare discipline diverse come la
glottologia, l’antropologia, l’archeologia sociale, l’etnomusicologia,
la sociologia della classe contadina, la mitologia e la storia delle
religioni.
A proposito
dell’Irpinia, nel 1994, l’etnomusicologo Roberto De Simone, nella sua
introduzione a Fiabe campane, di cui aveva curato la ponderosa
edizione per l’Einaudi, scriveva testualmente “l’immenso patrimonio
favolistico dell’Irpinia, in cui meglio si è conservata la memoria
dell’immaginario collettivo della Campania. E proprio in Alta Irpinia
soggiornò a lungo Giambattista Basile, insignito del titolo di
governatore di Montemarano, il quale dovette attingervi molto materiale
per il suo Lo cunto de li cunti.”
Se la supposizione
del De Simone corrisponde a verità, si può affermare che parte della
cultura irpina del Seicento è incapsulata in quel libro fantastico del
barocco italiano, conosciuto anche come Pentamerone, scritto
dal Basile, in dialetto napoletano, e edito postumo nel 1634.
Questa
mia opera di recupero, che ho portato avanti per anni, con sagacia e
perseveranza, vuole porsi come una sorta di risarcimento culturale per
il silenzio in cui l’Irpinia è rimasta per secoli, sconosciuta e
invisibile all’esterno, nel cono d’ombra della storia.
Dal 2002,
sul sito www.irpino.it e poi sul www.angelosiciliano.com
, per iniziativa di Alfonso Caccese, sono state dedicate, a questo mio
recupero, oltre una ventina di pagine web.
A questa relazione, da me elaborata per lo
SPEA8 (Seminario Permanente di Etnografia Alpina n. 8), tenutosi il 26
e 27 settembre 2003 presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente
Trentina di San Michele all’Adige (TN), allego quanto segue: la scheda
del recupero della civiltà contadina a Montecalvo Irpino; i miei tre
testi poetici, Li ‘mbóddre, Ohji ma’ e Mamma bella
cu la facci lórcia’; le prime otto strofe del poema Angelica;
una pagina web con due miei pastelli.
Zell,
25 settembre 2003
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