Ventidue poesie in lingua di Angelo Siciliano : I NOSTRI PADRI

I nostri padri , Ho visto mio padre, Il tesoro in città, Ho estirpato  i narcisi, Emigrato in suisse, Maledetto sud, L’universo, Viola scansa, Donne del sud, Al risveglio*, Scristianità, Che tempi, Groviglio antico, Archeologia dei rifiuti, Ascia osca*, Il vino e il grano, Hirpus hirpiniae, Cretto, Peccare ai cerasi*, Nel buio oltre le canne, Fratello carnale, D’aria e di vento,

 

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I NOSTRI PADRI

I nostri padri
ararono la piana
colmando l’orto di millenni.
Alla mangiatoia del salotto
mungiamo
la mucca dell’arazzo.
Abbiamo trascurato
l’antico pane.
Il fiume morto osserviamo
dalle grate del bosco.
Di unguento nero
imitazioni di margherite.
L’altoforno ha essiccato
l’umidità dei secoli.
Divelta
l’ombrosa foresta
per il nostro sanatorio.

Venaria Reale (TO), 1971
HO VISTO MIO PADRE

Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto.
Parli chi ha conosciuto mio padre.
Coltivava la terra
e la terra non era molta
odiava le fabbriche
e non c’erano fabbriche.
Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto.
Mi ha parlato forte
e non l’ho sentito
ha detto tante cose
e non ho capito.
Chi ha udito
venga a parlarmi
perché mio padre ha detto
cose importanti.
Ho visto mio padre
e non l’ho conosciuto
ho incontrato mio padre
e non si è ricordato.

Torino, 1971
 

IL TESORO IN CITTÀ

Abbiamo zappato la collina
io e mio padre.
Mio nonno raccontava:
«Nella terra c’è un tesoro».
Tesoro era il grano che sarebbe venuto.
Mio padre dice che i tempi sono cambiati,
il grano non vale il tesoro del nonno.
Dice di andare altrove a tentare.
Nella città ci sono fabbriche,
si può scegliere tra la sciabola nello sciopero
e la causa degli uccisi.
Mio padre dice che devo andare
in città a tentare.
E quando lo dice è già convinto
che ho scartato il tesoro della sciabola.

Venaria Reale (TO), 1971

 

HO ESTIRPATO I NARCISI

Ho estirpato i narcisi
nel giardino
e l’unico garofano
perché sono morti.
Perché sono morti
e qui nulla solo
si può trapiantare.
Perché abbiamo saputo
scherzare col niente
come fosse
qualcosa di umano.

Venaria Reale (TO), 1971

 

EMIGRATO IN SUISSE

Il vento gonfia le foglie dei marciapiedi.
Nelle baracche fetore di calze.
I giorni scorrono bucando le strade
ogni tanto qualcuno è folgorato.
Si alza il gomito la sera
e quando non ti vomitano nel secchio
puoi stendere il bucato
e guardartelo alla corda
per settimane come baccalà.
Il vento gonfia le carte dei marciapiedi.
Esseri umani o bestie da soma.
Si finisce nelle valanghe
si issano superflui tralicci.
Spesso qualcuno è stirato nelle strade.
Ci sorprende il gelo
ciascuno nella propria garitta
ognuno contro se stesso.

Trento, 1973

 

MALEDETTO SUD

Vecchio sud dubbioso.
Attesa del calesse da Marte.
Componimento di illusioni floreali.
Ho lasciato inaridire parti di me
gli avi l’ansia risorta
Chico è steso sul ballatoio.
Un avvoltoio giunge
dai lunghi riccioli nella coda.
La corrente sbatte il canto per la conca.
Vecchio sud maledetto.
La ripa attinge usignoli nella barca del fatuo.
La malia scruta escrementi di cicala
schiaffeggia i cani per coinvolgerci.
Questo sud zeppo di rogna
parole che slittano dal cervello.
Fossili sottovalutati di passate invenzioni.
Accudiamo ricordi della colombaia solatia.
Sonnambule scriteriate.
Il caso smaschera malvagità.
Il serpente dei pensieri
si protende sulla masseria.
Il cavallo è sparito.
Danze rituali semplificano la coesistenza.
Questo maledetto sud
l’ascia nei capelli
lo scarabeo nella gola.
La morte non sa risolversi
non sa risolversi.
Il gufo sonnecchia tra gli alberi perniciosi.

Montecalvo, 1972

 

L’UNIVERSO

Il cuore si grippa
tra le robinie.
La rondine
il sud alle spalle
senza rimpianti.
Più a nord del nord
chicchi di galassia.
Come allodole
canta l’universo.
Una lucciola
scherza con me.
E c’è una formica
contro tutti quelli
che calcano un dito
sulla testa degli altri.

Napoli, 1973

 

VIOLA SCANSA

Chi non conosce Viola Scansa!
Ognuno dovrebbe vederla
e farle fare un figlio.
Non accoppiarsi con lei:
impossibile col vento d’alcol.
Ogni nuovo nato
rende buona moneta:
più di un aborto
più d’un morto in guerra.
Chi non ama Viola Scansa!
Chiunque trascurerebbe la moglie
la madre i figli
davanti al suo petto.
Andremo per la questua
col cappello nella mano.
Sgraverà nella casa buia
muggirà come vacca
Viola Scansa.
Il cane annuserà
gerani fioriranno.
Inoltreranno denunce
avvieranno accertamenti.
Ci accoppieremo ancora
con Viola Scansa
ubriaca sugli sterpi.
Alleverà una figlia solo.
Questa perpetuerà la madre:
farà figli, tutti da svendere
alla borsa delle braccia.
E ciascuno renderà
come buon emigrato.

Trento, 1977
 

 

DONNE DEL SUD

Non dimenticatele le donne del Sud
forti nell’afa estiva di basoli
ai duri barili sul capo irrigidito
col fiato gelato di Natale
che dagli uomini rudi
incassavano gli scatti violenti
a impastare bambini di creta
carnosa alle grotte di tufo.

Non scordatele come mamme
a serbare figli dalle angherie paterne
che scalciavano la fame di torno
in giro ai falò di paglia a S. Giuseppe
che sarmenti e rovi a fascine
erano a sbiancare i forni
nei seminterrati di pece e l’effluvio
per i vicoli di fragranza di pane.

Sappiatelo ora per sempre
quelle madri le abbiamo attinte
alle falde profonde e bevute
alle canne ombrose del solleone
e ci hanno sfamato alle cariossidi
magre dei loro volti di raccolti
arsi di vento alle romite colline.

Esse rifiutano che la vita si fermi
e voi lo sapete, giovani figlie,
che scorre linfa nelle vostre vene
di palpitanti leganti di covoni
con la certezza consolidata
che nessuno potrà arrestarla: neanche
l’alito vizioso di una civiltà involuta.

Zell, 1991
 

 

AL RISVEGLIO*

S’è fatta notte fonda
al paese
dove a ogni casa
il frigo sta alla cantina
la tivù al focolare
non c’è fuoco di quercia
che sfavilli né cunti.
Da tempo una cultura
maligna
s’è troppo radicata
come una donna presa
con forza tante volte
ci si è assuefatti alle violenze.
Al risveglio del cuore
spera un vegliardo tra gli ulivi
con le nacchere tra le dita:
chissà che non torni
ai giovani
la voglia a favellare.

*Alla memoria di Rocco Scotellaro e Manlio Rossi Doria.

Zell, 1993
 

 

SCRISTIANITÀ

Ciò che all’occhio si gode terra
scristianizzata da costa a costa
aspettative sospese all’equivoco
o peggio all’imbroglio.
Sufficiente uno scorcio di secolo
ai millantatori per affermare
qui e là il deserto.
Non più approderanno cantori
o martiri d’Oriente mistici sapienti
o filosofi alle chiese rupestri
screpolate d’affreschi.
Solo se le stagioni prendessero
a rincorrersi a ritroso
si raddrizzerebbe forse la sorte
ma ogni fondamento di verità
si cementa di dubbi e ciò
non basta nottetempo né ad altra
ora a consolare o infondere coraggio.

Zell, 1993

 

CHE TEMPI

Ci coprivamo a quei tempi
con brache corte legate da spago.
Da noi non passavano marinai
ma greggi, asini carichi di paglia.
Quando le ragazzine
non facevano capolino
in un pantano che ci pareva lago
giocavamo agli zampilli:
a chi lo faceva più lontano.
Ci compiacevamo come Narciso.
Che tempi!
E chi se la immaginava la diaspora…

Zell, 1994

 

GROVIGLIO ANTICO

Partecipi già lo eravamo
alla vena di verde
tratturo di saliscendi
cromosomi nel neolitico.
Oggi è che siamo assenti
l’occhio irretito
al nastro d’asfalto
senza greggi e compagni cani
le case accasciate
a intrigare la memoria
violazioni indegne
tuttavia tollerate.
Non più fraseggi d’allodole
Pescasseroli all’orizzonte
gli ovini metabolizzati
come tutti i caprini
la mente cede a chi di più l’alletta
senza scampoli di canti né corna
neanche quelle paventate dai pastori.
Una nenia risuona
ignota all’orecchio
e da tempo remoto e lento
si sbroglia un groviglio celato
di culture e mesti riti quotidiani
per le terre di S. Eleuterio.*

A Sebastiano Martelli.

Zell, 1995

* Si tratta di un territorio di Ariano Irpino (AV),
confinante con quello di Montecalvo Irpino, e vi passa
 da tempo immemorabile il tratturo che, da Pescasseroli (AQ),
consentiva ai pastori abruzzesi la transumanza sino a Candela (FG).

 

ARCHEOLOGIA DEI RIFIUTI

Archiviato il passato
relegati al presente
più che mai legati
all’amor proprio
al futile dell’inutile
oggetti votati tutti
ad insopprimibile spazzatura.
Nel raccapriccio dello spreco
ferite da non sutura.
L’archeologia dei rifiuti
ci restituisce Milone,
sei vittorie ad Olimpia,
Pitagora e duecento anime
delle sue reincarnazioni.
Ma il paradiso, dicono,
sono barriere coralline
al Mar Rosso dove
più d’un vascello
sommerso è in gloria.

Crotone, 1999

 

ASCIA OSCA*

Scuro frammento di pietra
come le mani di chi ti scheggiò
t’affilò con un cupo
presentimento
in un'officina mai rivelata.
Riassumi il lutto del tempo
per l'amore che si dissolve
all’ombra della luce
nella piega discreta dell’esistenza
al respiro lieve dell’aria
lumi spenti da nuovi lumi
miti divorati da miti
religioni da religioni.
Inglobi il bene e il male
il passato il divenire
l’albero abbattuto
il cranio fracassato
e già preconizzavi i metalli
dell’accelerazione temporale.
Un soffio malvagio si mescola
alla divina invocazione
a pervadere un sogno
che non rimedia
all’oscuro male
anche se uno spirito benigno
sollecita benevole intercessioni.

Zell, 2001

*In agosto 2001 rinvenivo casualmente tra i campi
di Montecalvo Irpino, in un fronte di scavo per l’impianto
 di un nuovo uliveto, un frammento d'un manufatto di pietra
unitamente ad alcuni frammenti in terracotta. Il reperto
litico si presenta come parte del cuneo di un'ascia di
pietra. In seguito esso mi ha molto intrigato ispirandomi

non pochi interrogativi.

 

IL VINO E IL GRANO

Rammento il colore del grano.
Ci fu concesso di familiarizzare
col biondo di rena sulle colline
i rosolacci i rari fiordalisi
le perle di sudore dei mietitori
le tante dicerie sulle ragazze
il fiasco di vino fresco di cantina
passato di mano in mano
ridendo da bocca a bocca
pieno e d’improvviso vuoto
di linfa di vite e di terra
a fare brio e dare forza
il falcetto di affilati denti
ad ingannare le janare*
nelle notti di plenilunio.
Torna la civiltà biologica
paesaggi curati nei dettagli
il bello involontario dell’eden
al pettine delle braccia
filari di viti coi grappoli doc
il turismo enogastronomico.
Erbicidi non hanno inaridito
la memoria ai nonni ma i loro
curiosi aneddoti s’imbattono
spesso in tappati orecchi.
Chissà, un tacito rifiuto forse
al ricircolo delle parole.

Zell, 2002

* Donne giovani, belle e intriganti nate nella notte di Natale.
S’introducevano nelle case di notte, attraverso le fessure delle porte chiuse,
per fare malie e dispetti a coloro che stavano dormendo. L’antidoto era il sale
che si cospargeva all’interno di porte, finestre e balconi.
Un diversivo era rappresentato da scope di saggina e falcetti che, collocati dietro
le porte, distraevano le janare, una volta entrate, impegnandole, per un’intera notte,
nel conteggio dei fili della scopa o dei dentini della falce. Prima che sorgesse il sole,
però, erano obbligate a fare rientro alla propria dimora, perché erano nude.
Janare deriva dal termine latino janua, porta, e rappresentano l’equivalente
delle streghe, ma di queste in genere si pensa che siano vecchie e repellenti.
 

HIRPUS HIRPINIAE

S’involò l’hirpus totemico
per le selve del Partenio
allorché scese col branco
la lupa capitolina
a sottomettere e punire.
Qui tra querce e castagni
con janare e mannari
si consolidò il mito
in un sogno disperso
di mammoni e folletti.
Rivive di sottrazioni
nella bolla estemporanea
di passioni medianiche
nel cono d’ombra della storia.

Zell, 2003
CRETTO

Il Sud che ritrovo
un calanco ampio
che d’inverno scivola
e d’estate più aperta
è la ferita e chiara
l’argilla asciutta
che s’apre in cretto.

Zell, 2004
 

PECCARE AI CERASI*

Erano quattro passeri adulteri
a svolazzare ai ciliegi del viottolo,
lontano da essi il peccato,
e due monelli ridevano, anch’essi
si rincorrevano per quel viottolo
gongolanti assai per le sconce parole
e osservando le donne le cerase
a raccogliere, ne spiavano scure
le passere tra gli arti sui rami.
Quei monelli, dunque,
di curiosità peccavano.

* Ad Alfonso

Zell, 2004
 

 

NEL BUIO OLTRE LE CANNE

È un pensiero fisso
sugli ortaggi a crescere
la civetta che stride,
ma è un canto?
Oltre il muro sfrangiato
di canne, la via senza
effetti speciali, impercorribile
del buio fitto dove sono
coloro in oblio che osservano
che noi non vediamo
e talvolta ci guidano
e li percepiamo
nei momenti cruciali:
il senso lieve della carezza
i brividi fitti per la schiena
non provengono dal maligno
ma dall’appartenenza dov’è
l’identità nostra sconosciuta
avviluppata nel remoto caos.

Montecalvo, 2004

 

FRATELLO CARNALE

Ricreo la voce di nostro padre
e tu non intendi, rievoco
il canto doloroso di nostra madre
presto le orecchie ti tappi
fratello di latte e di sangue
che ti scorrono in corpo
i geni borbonici e d’altri
dominatori di prima e dopo
le cicatrici crociate, le turche
impalature, le pratiche
infibulatorie. Tiri su case
fratello, mattone su mattone
che altri si godranno come dimore
e se il sisma improvviso
non le atterra, mina il cemento
dei ricordi, appena scalfisce
l’humus omertoso nel desolato
paese infestato di fantasmi
belve notturne avidi sciacalli.
Ma quando la civetta canta
fratello, non m’inorridisce più
e poi ti spiego gli OGM*
che ormai più non siamo fratelli
e neanche compagni di strada.

Zell, 2004

*Organismi geneticamente modificati con le biotecnologie.

 

D’ARIA E DI VENTO

D’aria e di vento è il nome
nella buia quiete delle stelle
oltre l’amore l’odio l’indifferenza
idee vaghe come il deserto…

Le navi, macché navi!,
carrette del mare senza un nome
bandiere di apolidi sfigurati
nella notte torva senza data
marchiata da trafficanti senza nome
di emigranti droga ignare prostitute
allietata da fantasmi rapinosi
vengono da paesi senza nome
dove l’inferno è innominato
a solcare onde anomale
uomini donne bambini inermi
per una scommessa anonima
epopea per un eden illusorio
il passato che torna emigrante
iniquo schiavo clandestino
approdano in un luogo senza nome
dove convivono genti sconosciute
intrecci complicità conflitti tollerati
il malessere dell’anima non ha nome.

D’aria e d’umori è la tempesta
alimentata da odi tormentosi…

Ma la fame che uccide ha un nome
la guerra perenne ha un nome
i suoi fomentatori hanno un nome
l’AIDS che infetta ha un nome
la malaria in agguato ha un nome
la siccità che acceca ha un nome
il clima impazzito ha un nome
l’ambiente devastato è di tutti
la disperazione ha un nome
l’intolleranza ha un nome
viatico della xenofobia
e la speranza tuttavia ha un nome.

D’aria e di vento è il nome
come chi lo scrisse lo pronunciò
nel soffio di fuoco o di bora gelida
ideando lame di cristallo
nell’indifferenza coscienziosa.
Nella tempesta che sarà
chissà se e quando saremo
noi nominati…

Krotone, 10 dicembre 2007