ÀSHCULI*
 
 
Di tanta cristiani ca fatijàvunu
pi ‘nfacci’a li mmèrzi,
ca magnàvunu pupìni fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’aburracciàvunu di vinu
pi nun sènte friddu e stanchìja,
e li ssapévun’accuntà li ffanòji,
nun c’ha rumàsu mancu póliva.
E mmancu di li signùri si sape niénti!
Di na malisintènzija, “S’adda magnà
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”1,
sulu cócchidùnu ancora si ricorda.
Póch’àshculi2 o cìcciuli di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiéddri, ammuléddre,
tijàni, prisi, cìcin’e ppignàte
c’hannu rumasu pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nòmu
c’adda métt a ‘ddri rruvàgna
e mmancu chi l’ausàva3.
 
Zell, 7 aprile 2007
Angelo Siciliano
 
*A Ottaviano D’Antuono
 
SCHEGGE
Di tanti contadini che faticavano
lungo i pendii delle colline,
che mangiavano peperoni piccanti,
fritti con patate e frattaglie di maiale,
che tracannavano vino
per non avvertire freddo e stanchezza,
e sapevano raccontarle le facezie,
non ci è rimasto nemmeno polvere.
E nemmeno dei signori si sa nulla!
Di una maledizione, “Dovrà mangiare
il pane nell’orcio e bere
l’acqua nel crivello!”,
solo qualcuno ancora si ricorda.
Poche schegge di piatti grandi,
piatti medi e piccoli, brocche,
tegami, vasetti, orci e pignatte
sono rimaste nel terreno.
Se uno, che ancora adesso zappa
e le rinviene, non sa come erano
fatte quelle stoviglie
e nemmeno chi le adoperava.
 
 
ÀSHCULE
 
 
Di quanta cristiani ca fatijàveno
pi ‘nfacci’a l’appése,
ca mangiàveno pipìlli fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’abbuffàveno di vinu
pi nun sènte friddu e stanchézza,
e li ssapéven’accuntà le cciòcile,
nun c’é rumàstu mancu la póliva.
E mmancu di li signùri si sape chjù niente!
Di na malisintènza, “S’adda mangià
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”,
sulu quacchirùnu ancora s’ ricorda.
Póch’àshcule o raste di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiélli, giarrittèlle,
tijàni, siróle, cìcin’e ppignàte
c’hanno rumasto pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nóme
c’adda métt a ‘ste rruvàgne
e mmancu chi l’ausàva.
 
 
 
 

 

Nota

La traduzione dal dialetto montecalvese al dialetto arianese, nella colonna di destra, è stata realizzata in collaborazione con Gianni Tommasiello a Montecalvo, il 12 giugno 2007.

1 Questa maledizione sembra affondare le sue radici nella cultura classica, in particolare nelle favole di Esopo. Chi la “scagliava”, è come se auspicasse la morte per fame e per sete della persona cui era diretta.

2 Àshcula indica un frammento, una scheggia, anche con riferimento al legno. Per un frammento fittile si adopera anche il termine cìcciula, che sta pure per deturpazione della pelle dovuta all’acne (cìcciuli uastàrdi), o al vaiolo, o all’effetto della relativa vaccinazione su una spalla che si praticava ai bambini fino all’inizio della seconda metà del Novecento. Per frammento o coccio di terracotta o di maiolica, si può adoperare anche il termine sfrénzula.

Pétina è lo smalto vetrificato, applicato a fuoco a recipienti in metallo come bacini, secchi e pitali (vacìli di faccia, cati e pisciatùri di fèrru biancu); è anche la cristallina applicata a recipienti in terracotta come pignatte, vasetti, pentole e tegami (pignàti, prisi, saróle, caccavèddre e tijàni) per impermeabilizzarli; come dispregiativo indicava la pelle scura di chi, costretto a lavorare sotto il sole, era perennemente abbronzato. Petina è un paese in provincia di Salerno. Ad Ariano Irpino, terra di fabbriche di maioliche, dopo il XV sec. i maestri maiolicari erano chiamati “pitanàri”.

3 Frammenti ceramici e di terracotta, di epoche diverse, si rinvengono ancora nelle terre coltivate attorno all’abitato di Montecalvo Irpino. Personalmente, nella mia campagna di contrada Costa della Menola, in 40 anni ne ho raccolto tra le zolle una trentina di chili. Alcuni frammenti di terracotta risultano molto antichi e appartengono all’età del Bronzo, a quella del Ferro e all’epoca romana. I frammenti di ceramica dipinta, proveniente in massima parte dalle fabbriche arianesi (vi erano fabbriche di ceramica anche in Abruzzo, in Puglia (Grottaglie, Laterza, Lucera, Martina Franca), a Montefusco (AV), a Cerreto Sannita (BN), a Vietri (SA), in Calabria e in Sicilia), appartengono ad oggetti prodotti dopo il Mille. Molti, probabilmente d’origine saracena, datano dal XIII al XV sec., mentre quelli con colori solari sono dei secoli successivi, soprattutto dal XVII al XIX sec. Sono quasi tutti in biscotto rosso. Tantissimi frammenti sono decorati con disegni di colore blu o azzurro su smalto bianco e appartengono a oggetti di tipo “fayenze”, con chiaro riferimento alle produzioni di Faenza, prodotti sino al XVI sec. e probabilmente anche dopo.

Per saperne di più, sul tipo di oggetti in ceramica adoperati a Montecalvo, si consiglia una visita al bel Museo Civico della Ceramica di Ariano Irpino, cui il suo creatore, Ottaviano D’Antuono, ha dedicato la passione e le energie di una vita. Consultare pure due testi di Guido Donatone: Maiolica popolare campana, Napoli 1976; La maiolica di Ariano Irpino, Di Mauro editore, Cava dei Tirreni 1980.

A Montecalvo, purtroppo, si potrebbe dire che non sono rimasti oggetti integri in ceramica popolare antica. Terremoti a parte, nella seconda metà del Novecento sono passati per le case di paese e di campagna orde di rigattieri napoletani e hanno portato via tutto, barattando con le donne del paese una vacìla con un certo numero di piatti bianchi moderni di scadente qualità (pijattiéddri di jissu).

Sui muri esterni di casa Cafoncelli, Mastu Lìbiru, in Corso Umberto, sono murate due maioliche del XIX secolo con immagini sacre. Trattasi di due ex voto: Deposizione del 1832 e Regina del Rosario del 1845.

 

Nota

1 Questa maledizione sembra affondare le sue radici nella cultura classica, in particolare nelle favole di Esopo. Chi la “scagliava”, è come se auspicasse la morte per fame e per sete della persona cui era diretta.

2 Àshcula indica un frammento, una scheggia, anche con riferimento al legno. Per un frammento fittile si adopera anche il termine cìcciula, che sta pure per deturpazione della pelle dovuta all’acne (cìcciuli uastàrdi), o al vaiolo, o all’effetto della relativa vaccinazione su una spalla che si praticava ai bambini fino all’inizio della seconda metà del Novecento. Per frammento o coccio di terracotta o di maiolica, si può adoperare anche il termine sfrénzula.

Pétina è lo smalto vetrificato, applicato a fuoco a recipienti in metallo come bacini, secchi e pitali (vacìli di faccia, cati e pisciatùri di fèrru biancu); è anche la cristallina applicata a recipienti in terracotta come pignatte, vasetti, pentole e tegami (pignàti, prisi, saróle, caccavèddre e tijàni) per impermeabilizzarli; come dispregiativo indicava la pelle scura di chi, costretto a lavorare sotto il sole, era perennemente abbronzato. Petina è un paese in provincia di Salerno. Ad Ariano Irpino, terra di fabbriche di ceramiche, dopo il XV sec. i maestri maiolicari erano chiamati “pitanàri”.

3 Frammenti ceramici e di terracotta, di epoche diverse, si rinvengono ancora nelle terre coltivate attorno all’abitato di Montecalvo Irpino. Personalmente, nella mia campagna di contrada Costa della Menola, in 40 anni ne ho raccolto tra le zolle più di 25 chili. Alcuni frammenti di terracotta risultano molto antichi e appartengono all’età del Bronzo, a quella del Ferro e all’epoca romana. I frammenti di ceramica dipinta, proveniente in massima parte dalle fabbriche arianesi (vi erano fabbriche di ceramica anche in Abruzzo, in Puglia (Grottaglie, Laterza, Lucera, Martina Franca), a Montefusco (AV), a Cerreto Sannita (BN), a Vietri (SA), in Calabria e in Sicilia), appartengono ad oggetti prodotti dopo il Mille. Molti, probabilmente d’origine saracena, datano dal XIII al XV sec., mentre quelli con colori solari sono dei secoli successivi, soprattutto dal XVII al XIX sec.. Sono quasi tutti in biscotto rosso. Tantissimi frammenti sono decorati con disegni di colore blu o azzurro su smalto bianco e appartengono a oggetti di tipo “fayenze”, con chiaro riferimento alle produzioni di Faenza, prodotti sino al XVI sec. e forse anche dopo.

Per saperne di più, sul tipo di oggetti in ceramica adoperati a Montecalvo, si consiglia una visita al bel Museo della Ceramica di Ariano Irpino, cui il suo creatore, Ottaviano D’Antuono, ha dedicato la passione e le energie di una vita.

Consultare anche due testi di Guido Donatone: Maiolica popolare campana, Napoli 1976; La maiolica di Ariano Irpino, Di Mauro editore, Cava dei Tirreni 1980.

A Montecalvo, purtroppo, si potrebbe dire che non sono rimasti oggetti integri in ceramica popolare antica. Terremoti a parte, nella seconda metà del Novecento sono passati per le case di paese e di campagna orde di rigattieri napoletani e hanno portato via tutto, dando alle donne del paese, in cambio di una vacìla, un certo numero di piatti bianchi moderni di scadente qualità (pijattiéddri di jissu). Segnalo che sui muri esterni di casa Cafoncelli, Mastu Lìbiru, in Corso Umberto, sono murate due maioliche del XIX secolo con immagini sacre. Trattasi di due ex voto: Deposizione del 1832 e Regina del Rosario del 1845 (illustrazioni e testo sono nel sito www.angelosiciliano.com).

            Zell, 26 aprile 2007                                                     Angelo Siciliano