Àshculi (Scaglie / Cocci) di Angelo Siciliano

 

Questo struggente frammento evoca in modo potente il tema della perdita dell'identità e della memoria storica della comunità di Montecalvo Irpino. Il testo, tratto dall'opera poetica Àshculi (Scaglie / Cocci) di Angelo Siciliano, disponibile anche su Academia.edu, offre diversi livelli di lettura antropologica e culturale.

1. La scomparsa del mondo contadino e signorile

Il testo mette in luce la totale cancellazione fisica e storica degli abitanti del passato:

La dura realtà rurale: I contadini sono descritti attraverso la fatica della terra e una dieta povera ma energica (i peperoni piccanti fritti con patate e frattaglie, il vino per anestetizzare il freddo).

La cultura orale: Erano custodi di un patrimonio immateriale fatto di "facezie" (storie, motti di spirito, racconti popolari).

Il livellamento del tempo: La morte e l'oblio non hanno risparmiato nessuno. Della polvere dei contadini e della memoria dei "signori" non vi è più traccia, unendo le classi sociali nel medesimo silenzio storico.

2. La maledizione dell'orcio e del crivello

L'espressione “Dovrà mangiare il pane nell’orcio e bere l’acqua nel crivello!” rappresenta un antichissimo anatema popolare:

Significato profondo: Condanna il destinatario a compiere azioni impossibili, assurde e contrarie alla logica (il crivello è un setaccio bucherellato che non può trattenere l'acqua).

La perdita del linguaggio: Il fatto che "solo qualcuno ancora si ricorda" di questa espressione evidenzia la progressiva scomparsa del dialetto e delle metafore culturali che racchiudevano la visione del mondo degli antenati.

3. I cocci (Àshculi) come unici testimoni muti

La terra restituisce solo frammenti materiali di una quotidianità perduta:

Le stoviglie dimenticate: Le schegge di piatti, brocche, orci e pignatte testimoniano l'antica ricchezza della ceramica d'uso quotidiano (quella stessa ceramica popolare che, come accennavi, è stata sottratta o distrutta nel secondo Novecento).

L'analfabetismo storico: Chi oggi zappa la terra ritrova questi pezzi (gli àshculi), ma ha perso la chiave di lettura per comprenderli. C'è una dolorosa frattura generazionale: il contadino moderno stringe tra le mani un pezzo di storia, ma non sa più come fosse fatto l'oggetto integro, né quale uomo o donna lo avesse usato per sfamarsi.

 

 

 

ÀSHCULI*
 
 
Di tanta cristiani ca fatijàvunu
pi ‘nfacci’a li mmèrzi,
ca magnàvunu pupìni fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’aburracciàvunu di vinu
pi nun sènte friddu e stanchìja,
e li ssapévun’accuntà li ffanòji,
nun c’ha rumàsu mancu póliva.
E mmancu di li signùri si sape niénti!
Di na malisintènzija, “S’adda magnà
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”1,
sulu cócchidùnu ancora si ricorda.
Póch’àshculi2 o cìcciuli di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiéddri, ammuléddre,
tijàni, prisi, cìcin’e ppignàte
c’hannu rumasu pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nòmu
c’adda métt a ‘ddri rruvàgna
e mmancu chi l’ausàva3.
 
Zell, 7 aprile 2007
Angelo Siciliano
 
*A Ottaviano D’Antuono
 
SCHEGGE
Di tanti contadini che faticavano
lungo i pendii delle colline,
che mangiavano peperoni piccanti,
fritti con patate e frattaglie di maiale,
che tracannavano vino
per non avvertire freddo e stanchezza,
e sapevano raccontarle le facezie,
non ci è rimasto nemmeno polvere.
E nemmeno dei signori si sa nulla!
Di una maledizione, “Dovrà mangiare
il pane nell’orcio e bere
l’acqua nel crivello!”,
solo qualcuno ancora si ricorda.
Poche schegge di piatti grandi,
piatti medi e piccoli, brocche,
tegami, vasetti, orci e pignatte
sono rimaste nel terreno.
Se uno, che ancora adesso zappa
e le rinviene, non sa come erano
fatte quelle stoviglie
e nemmeno chi le adoperava.
 
 
ÀSHCULE
 
 
Di quanta cristiani ca fatijàveno
pi ‘nfacci’a l’appése,
ca mangiàveno pipìlli fuórti,
fritti cu ppatàni e rròbba di puórcu,
ca s’abbuffàveno di vinu
pi nun sènte friddu e stanchézza,
e li ssapéven’accuntà le cciòcile,
nun c’é rumàstu mancu la póliva.
E mmancu di li signùri si sape chjù niente!
Di na malisintènza, “S’adda mangià
lu ppane ‘nd’à lu cìcinu e bbeve
l’acqua ‘nd’à lu farnàle!”,
sulu quacchirùnu ancora s’ ricorda.
Póch’àshcule o raste di vacìli,
vacilòtt’e ppijàttiélli, giarrittèlle,
tijàni, siróle, cìcin’e ppignàte
c’hanno rumasto pi ‘nd’à la terra.
Si unu, ch’ancora mo’ zappa
e li ttróva, nun zape che nóme
c’adda métt a ‘ste rruvàgne
e mmancu chi l’ausàva.
 
 
 

 

Nota

La traduzione dal dialetto montecalvese al dialetto arianese, nella colonna di destra, è stata realizzata in collaborazione con Gianni Tommasiello a Montecalvo, il 12 giugno 2007.

1 Questa maledizione sembra affondare le sue radici nella cultura classica, in particolare nelle favole di Esopo. Chi la “scagliava”, è come se auspicasse la morte per fame e per sete della persona cui era diretta.

2 Àshcula indica un frammento, una scheggia, anche con riferimento al legno. Per un frammento fittile si adopera anche il termine cìcciula, che sta pure per deturpazione della pelle dovuta all’acne (cìcciuli uastàrdi), o al vaiolo, o all’effetto della relativa vaccinazione su una spalla che si praticava ai bambini fino all’inizio della seconda metà del Novecento. Per frammento o coccio di terracotta o di maiolica, si può adoperare anche il termine sfrénzula.

Pétina è lo smalto vetrificato, applicato a fuoco a recipienti in metallo come bacini, secchi e pitali (vacìli di faccia, cati e pisciatùri di fèrru biancu); è anche la cristallina applicata a recipienti in terracotta come pignatte, vasetti, pentole e tegami (pignàti, prisi, saróle, caccavèddre e tijàni) per impermeabilizzarli; come dispregiativo indicava la pelle scura di chi, costretto a lavorare sotto il sole, era perennemente abbronzato. Petina è un paese in provincia di Salerno. Ad Ariano Irpino, terra di fabbriche di maioliche, dopo il XV sec. i maestri maiolicari erano chiamati “pitanàri”.

 

3 Frammenti ceramici e di terracotta, di epoche diverse, si rinvengono ancora nelle terre coltivate attorno all’abitato di Montecalvo Irpino. Personalmente, nella mia campagna di contrada Costa della Menola, in 40 anni ne ho raccolto tra le zolle una trentina di chili. Alcuni frammenti di terracotta risultano molto antichi e appartengono all’età del Bronzo, a quella del Ferro e all’epoca romana. I frammenti di ceramica dipinta, proveniente in massima parte dalle fabbriche arianesi (vi erano fabbriche di ceramica anche in Abruzzo, in Puglia (Grottaglie, Laterza, Lucera, Martina Franca), a Montefusco (AV), a Cerreto Sannita (BN), a Vietri (SA), in Calabria e in Sicilia), appartengono ad oggetti prodotti dopo il Mille. Molti, probabilmente d’origine saracena, datano dal XIII al XV sec., mentre quelli con colori solari sono dei secoli successivi, soprattutto dal XVII al XIX sec. Sono quasi tutti in biscotto rosso. Tantissimi frammenti sono decorati con disegni di colore blu o azzurro su smalto bianco e appartengono a oggetti di tipo “fayenze”, con chiaro riferimento alle produzioni di Faenza, prodotti sino al XVI sec. e probabilmente anche dopo.

Per saperne di più, sul tipo di oggetti in ceramica adoperati a Montecalvo, si consiglia una visita al bel Museo Civico della Ceramica di Ariano Irpino, cui il suo creatore, Ottaviano D’Antuono, ha dedicato la passione e le energie di una vita. Consultare pure due testi di Guido Donatone: Maiolica popolare campana, Napoli 1976; La maiolica di Ariano Irpino, Di Mauro editore, Cava dei Tirreni 1980.

A Montecalvo, purtroppo, si potrebbe dire che non sono rimasti oggetti integri in ceramica popolare antica. Terremoti a parte, nella seconda metà del Novecento sono passati per le case di paese e di campagna orde di rigattieri napoletani e hanno portato via tutto, barattando con le donne del paese una vacìla con un certo numero di piatti bianchi moderni di scadente qualità (pijattiéddri di jissu).

Sui muri esterni di casa Cafoncelli, Mastu Lìbiru, in Corso Umberto, sono murate due maioliche del XIX secolo con immagini sacre. Trattasi di due ex voto: Deposizione del 1832 e Regina del Rosario del 1845.

( www.angelosiciliano.com).

            Zell, 26 aprile 2007                                                    Angelo Siciliano