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RITUALI MAGICI A MONTECALVO IRPINO Malocchio, formule magiche, sortilegi, malefici, pit?na, divinazioni, Munit?e, scongiuri, maledizioni, Scurzin?e, civetta, jan?e, lupi mannari, folletti, Trav?e. |
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Al cospetto del soggetto da sottoporre alla rimozione del malocchio, l?operatrice fa scivolare dalla punta dell?indice destro, da un?altezza di venti-trenta centimetri, la prima delle tre gocce d?olio sull?acqua. Se la goccia d?olio si apre e scompare repentinamente nell?acqua, producendo dei filamenti serpentiformi verso il fondo del piatto, ?consuetudine ritenere che il soggetto ?stato colpito da malocchio. E dalla velocit?della sparizione dei residui oleosi della goccia, si cerca di interpretare l?intensit?della carica negativa, pi?o meno pesante, del maleficio che ha provocato lo stato in cui si trova il malcapitato. Se la seconda e la terza goccia scompaiono anch?esse, l?operazione va ripetuta con altre tre gocce d?olio, dopo aver cambiato l?acqua nel piatto. Il malocchio ?rimosso quando una goccia d?olio, lasciata cadere come le precedenti, galleggia intatta sull?acqua e se lo stesso fenomeno si verifica con quella successiva. A questo punto si ritiene che esse, metaforicamente, rappresentano gli occhi. L?equilibrio psico-fisico della persona si pu?considerare ripristinato e l?operazione positivamente conclusa. Questo rito del piatto, dell?acqua e dell?olio, solitamente ?accompagnato dalla recita di qualche formula magica. L?operatrice si fa per tre volte il segno della croce e ogni volta recita: ?Crisci e shc?timi l?u?chji!?, ?Cresci e schiattami gli occhi!?. Contemporaneamente fa il segno della croce anche sul piatto con l?acqua e vi lascia cadere dentro tre gocce d?olio in successione. Normalmente le prime due serie di gocce scompaiono e ogni volta va cambiata l?acqua nel piatto, per poter ripetere l?operazione. Esiste anche un modo di togliere il malocchio solo con la gestualit? accompagnata dalla recita di una formula magica. In questo caso non servono piatto, acqua e olio. L?operatrice si fa per tre volte il segno della croce, procedendo prima in senso orizzontale e poi in quello verticale. Ogni volta tocca col pollice la fronte della persona da guarire, le fa per tre volte il segno della croce e recita la frase: ?Crisci e shc?timi l?u?chji!?. In totale saranno tre segni di croce per l?operatrice e nove per la persona da guarire. Alla fine afferra una ciocca di capelli, sulla fronte della persona sottoposta alla procedura di rimozione del malocchio, la tira delicatamente verso di s? lasciandosela sfilare tra pollice e indice, e pronuncia la parola ?Crisci!?, per una volta sola. Ferme restando le procedure sopra elencate, invece della formula ?Crisci e shc?timi l?u?chji!?, qualche operatrice adopera le frasi alternative ?Shcatta, malu?chji, e ccrisci!?, ?Schiatta, malocchio, e cresci!?, oppure ?Mal?chjo scalivac?i!?, ?Malocchio da scavalcare!?. Tutti questi tipi di procedure erano adottati, nell?identico modo, anche per gli animali domestici: maiali, vacche, vitelli, cavalli, muli e asini, essenziali per quell?economia di sussistenza, cui si accennava prima. Era il proprietario a farne richiesta, quando supponeva che un suo animale fosse rimasto vittima del malocchio. L?eventuale esito positivo della procedura adottata, almeno nel caso degli animali, non poteva essere certamente attribuito a motivazioni d?ordine psicologico. Qualche madre, preoccupata che il proprio bimbo potesse cadere vittima del malocchio, gli preparava un raccapricciante amuleto arcaico: tagli?a na uancia di talipin?a; la mitt?a ?nd??na burz?ta, e cci l?appinn?a ?nganna; amputava una zampetta a una talpa; la chiudeva in una borsettina, e gliel?appendeva al collo.
Formule magiche per propiziare rimedi o guarigioni
Gli preparava una pizzetta: / con la mano mancina lo impastava, / con la mancina lo friggeva / e sempre con la mancina / glielo porgeva per dietro il sedere. / Subito il bimbo si svezzava! Il sabato santo era atteso con trepidazione dai contadini, dato che a mizziju?nu scapul?unu li ccamp?i, a mezzogiorno venivano sciolte le campane per suonarle a festa e annunciare cos?la resurrezione di Cristo. Si potevano recitare tre filastrocche aventi finalit?differenti: allontanare i parassiti dal letto; invocare un?abbondanza di more di gelso; chiedere che una bimba iniziasse finalmente a camminare. Per allontanare i pidocchi e le cimici dal letto, appena le campane attaccavano a suonare, con un bastone o una forcina, di quelle che s?adoperavano per rivoltare e livellare l?imbottitura dei materassi, si picchiava per tre volte sotto il letto, recitando ogni volta la seguente formula: Fuji fuji, cimmici?u, ca ti s?chita campan?u!Fuggi fuggi, cimiciaio, / che ti scaccia il campanaro! Si andava sotto un gelso e, auspicando che a fine primavera esso producesse more abbondanti, si picchiava per tre volte con un bastone sul suo tronco, recitando per tre volte la seguente formula: Li ccamp?i scapul?nu e lu ci?uzu caric?nu!Le campane a suonare a festa / e il gelso a caricarsi di more! Per una bimba piccola che ritardava a camminare, si recitava per tre volte la seguente formula: Li ccamp?i scapul?nu n?na mija cammin?nu!Le campane a suonare a festa / la mia bimba a camminare! A partire dalla met?del Novecento, la tradizione di queste tre operazioni rituali si ?perduta, a causa del rinnovamento della liturgia pasquale: le campane sono sciolte e suonate non pi?a mezzogiorno del sabato santo, ma con la messa della notte di Pasqua. Se una persona aveva un braccio fratturato, si recava presso un albero di sa?iu, sambuco, e cu na sp?ula, con un succhiello, produceva un foro nel suo tronco e v?introduceva n??inu di sale, un granello di sale. Dopo di che recitava per tre volte la formula seguente: Sa?iu, m?u sa?iu, quistu male t?arradd?e, s???m?iza o j?casc?a, quistu male s?a chjav?u!Sambuco, mio sambuco, / questo male sia ridotto, / se ?milza o ?caduta, / questo male sia sanato! Quando una persona aveva subito una storta ad un braccio, o aveva un polso, oppure un gomito infiammato, a causa di una tendinite, si recava da due giovani sorelle nubili portando con s?due fusi. Le ragazze prendevano con una mano un fuso ciascuna e li agganciavano pi li mm?chili, per i due piccoli uncini. L?infermo vi collocava sotto il braccio e le due ragazze recitavano insieme all?unisono, per tre volte, la formula seguente: D?i sorelle simu, mmarit?i ci vul?u, quistu ni?ivu ?ncavalc?u scalivac?e lu vul?u!Due sorelle siamo, / maritare ci vogliamo, /questo nervo accavallato /scavalcare lo vogliamo! Per l?artrosi ci si recava da lu mav?u o da lu mastu d?att?a che, dopo aver toccato con le mani la parte malata del paziente, recitava con lui, per tre volte, la seguente formula dialogata: ?Attr?i, mija attr?i, and?vaji?? ?Vavu and?Casim?u!? ?Che bbaj?a ff?i?? ?A spacc?l??sira a lu chjanchi?u!??Artrosi, o mia artrosi, / dove vai?? / ?Vado da Casimiro!? / ?Che vai a fare?? / ?A spaccare le ossa / al macellaio!?. Da Vic?za C?ciadaglia, alla lettera Vincenza Bulbo d?aglio, detta Vicinz?e, si recava chi aveva una cavalla da rendere fertile, per poter poi farla ingravidare. Dopo aver palpeggiato la bestia, Vicinz?e diceva: ?Jat?a ppigli?na giarra di vinu, ca dam?a bb??a la jumm?ta!?, ?Andate a prendere una giara di vino, che diamo da bere alla giumenta!?. Ma quel vino se lo beveva lei. ?Na virn?a sana, a ccarij?paglia cu nu saccu, pi la jumm?ta ca par?a pr?a. Ma qu?dr?era pr??a bbi?tu!?, ?Un inverno intero, a trasportare paglia con un sacco, per la giumenta che pareva gravida. Ma la sua era gravidanza isterica!?, si lamentava il proprietario della bestia, col rammarico di chi, gabbato, vi aveva rimesso paglia e vino. Una ragazza in preda alle pene d?amore poteva far ricorso ad un?erba selvatica, la mur?la, erba vetriola. Ne raccoglieva un po?, se la metteva in bocca e la masticava. Poi applicava la poltiglia cos?ottenuta sull?epidermide di un suo braccio e recitava la seguente filastrocca: Mura mur?la, si lu ?nnammur?u miju mi v?e b?e, famm?asc?na b?la rus?la! Si lu ?nnammur?u miju mi v?e male, famm?asc?na sc?cia di male!Mura mur?la, / se l?innamorato mio / mi ama, / fai comparire una Rosellina! / Se l?innamorato mio / non mi ama, / fammi venire un?eruzione cutanea! Recitando questo testo, come formula magica, l?esito poteva essere positivo, oppure negativo.
La p?iva di li mu?ti, polvere dei morti, prodotta dal mago con ossa macinate dei defunti, era fornita al richiedente per cospargerla sulla ?vittima?, affinch?questa, ormai disamorata, ritrovasse la via del sentimento perduto, o l?affetto smarrito per il coniuge o la propria famiglia. Nell?ambito della magia nera, invece, i cui scopi erano malefici, i maghi creavano fatture di morte coinvolgendo le forze negative demoniache, e l?effetto estremo era la morte del soggetto, obiettivo dell?incantesimo. Esempio emblematico ?quello della pit?na, calco dell?orma del piede d?un ladro, fatto con la corteccia fresca di noce da parte del derubato, che, con un opportuno rituale magico di morte operato dal mago, serviva per provocare in breve tempo il decesso del malfattore. Non si ha notizia della preparazione o dell?uso di pozioni magiche, intrugli ripugnanti che si riscontrano di frequente nelle pagine dei libri di magia o stregoneria, ma qualche mago distribuiva dell?acqua con propriet? salutari, allo scopo di favorire la guarigione da qualche malanno. Personalmente, da ragazzo, verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento, fui testimone della consegna d?una bottiglia di quell?acqua al mio nonno materno, tat?e, sofferente per un epitelioma ad una tempia. Il mago era Nasp?e, contadino e ultimo mav?u montecalvese, che viveva da troglodita in un pagliaio di contrada Chiaira. Quell?acqua portentosa, con cui detergere la ferita ulcerosa, non avrebbe per?sortito alcun effetto e il nonno decedeva di l?a un paio d?anni, tra non poche sofferenze fisiche. Qualche mav?u praticava riti divinatori, rivelando le sue percezioni extrasensoriali sulle condizioni di salute di una persona fisicamente non presente, ricorrendo al semplice contatto manuale di un suo indumento, solitamente una maglia intima, che altra persona gli aveva recato su delega dell?interessato. Durante le due guerre mondiali, si era in trepidazione per la sorte dei figli arruolati come soldati e avviati al fronte. Quando passavano dei mesi senza che si ricevessero pi?notizie, le mamme si allarmavano e, accompagnate da un familiare, si recavano da qualche fattucchiera, che godeva fama di veggente, per conoscere la sorte dei propri figli. La fattucchiera conduceva i familiari del soldato in un luogo buio, di solito una cantina, con una candela accesa in mano e un piatto con dell?acqua e dell?olio che vi galleggiava sopra. Se durante il rituale divinatorio ed evocativo compariva una piccola figura in piedi sul piatto, significava che il soldato era vivo e vegeto da qualche parte. Se invece, si formava un?ombra nell?acqua sul fondo del piatto, il soldato era morto, caduto in combattimento, o deceduto per malattia o altro motivo. E in questo caso la fattucchiera cercava le parole giuste e misurate, per comunicare la triste notizia ai familiari l?convenuti. Indovine occasionali delle contadine erano li zz?ghiri, le zingare, ma era pi?un espediente per levarsele di torno, donando loro qualcosa, perch?erano temute e non godevano di alcuna fiducia. Si favoleggiava tra i contadini montecalvesi di un veggente dell?Ottocento, Munit?e, che pare cos?sentenziasse: ?Ita vid?abbul?i auci?dri senza sc?dre, c?re carr?zi senza cav?dri. Cu li gu?ri, pi mmanc?za d?u?mini, li ff?mini s?hann?abbrazz?cu l??buli!?, ?Vedrete volare uccelli senza ali, correre carrozze senza cavalli. Con le guerre, per mancanza d?uomini, le donne s?abbracceranno agli alberi!?.
Scongiuri, maledizioni, sortilegi, Scurzin?e e civetta
La mala?ija era ed ?il cattivo augurio che, nella superstizione, si attribuisce a determinate figure umane, gli iettatori, o al verificarsi di certi eventi particolarmente nefasti, ritenuti forieri di guai, o addirittura tragedie. Gli scongiuri, sotto forma di esclamazioni, servivano a tenere lontano da s?gli eventi temuti, o il maligno. Quelli pi?adoperati erano: Mancu li cani!, Nemmeno ai cani!; J?bruttu mancu li cani!, ? pi?brutto dei cani!; A li cani dic?nu, p?e puru succ?e qu?dru ca mancu si crede!, Riferendoci ai cani, potrebbe anche accadere ci? che neanche ci s?immagina!; A chi vu?n?arricch?, A chi vogliono arricchire!; Puzza milli cummi?ti!, Assomma la puzza di mille conventi!; L?l? mancu p?ici ?nd??cquiddri panni!, Per carit? nemmeno pulci in quegli abiti!; T?, maram?!, Deh, marito mio!; Mar?a iddru, ch?ave mu?tu!, Poveretto lui, che ?morto!; Sign?e, sc?zini!, Signore, evitaceli!; Squaglia, di?ulu, e vvinci, Ddiju!, Sparisci, o diavolo, e vinci, o Dio! Delle centinaia di malisint?zie, maledizioni, che ho raccolto in questi anni, alcune sono terribili. Veri e propri anatemi, erano ?scagliate? nei momenti di collera e obnubilazione, soprattutto dalle donne, che nel sistema patriarcale godevano di scarso potere personale e non possedevano adeguati strumenti d?autodifesa psicologica, nei confronti delle persone che erano loro pi?vicine, i familiari, o verso quegli estranei ritenuti causa di danni reali o presunti. Eccone una breve selezione: Chi p?za mur??mpal?u!, Che possa morire in piedi!; Lu p?z?abbruci?nu lampu, ?aria strin?a!, Possa bruciarlo un lampo, a ciel sereno!; Av?sa j?abbaj?nu pi cc?p?a la f?sa!, Dovr?vagare abbaiando sulla propria tomba!; Adda camp? ci?t?anni, cu li pann?app??a la s?gia!, Deve vivere cento anni, con gli abiti appesi alla sedia!; Adda magn?lu ppane ?nd??lu c?inu e bb?e l?acqua ?nd??lu farnale!, Dovr?mangiare il pane nell?orcio e bere l?acqua nel crivello!; Adda par?chj?cc?na iddru, ca na c?ta di lami?ti!, Dovr?subire pi?corna lui, di quelle contenute in una cesta di lumaconi!; L?av?sina tagli?lu frishch?tu!, Devono mozzargli il pene!; Chi p?za mur?cac?nu!, Che possa morire cacando!; Chi li p?zunu fa na fattura di morte!, Che gli facciano una fattura di morte!; Lu p?zunu fa a ssap?e!, Che lo facciano a sapone!; Si l?adda sp?ne di mmidic?i quiddri s?di!, Dovr?spenderseli di medicine quei soldi!; ?N zi p?za maji vid? saziju di pane!, Che non possa mai sentirsi sazio di pane!; S?adda muzzic?and?n?arriva!, Dovr?mordersi la parte del corpo a cui non arriva!; Nun zi p?za maj?acc?lie!, Che non possa mai ritrovarsi!; Si l?hanna magn?li s?ici!, Se lo mangeranno i topi!; L?av?sa min?nu cul??a ffu?u!, Gli dovr? venire un colera a fuoco!; Av?sa mur?chi ci v?e male!, Dovrebbe morire chi desidera il nostro male!; Lu p?za sarde vivu Sant?And?ju!, Che lo arda vivo S. Antonio!; L?av?sina cav?l?u?chji e cci l?av?sina m?te ?mmani, c??a Ssanta Luc?a!, Gli devono cavare gli occhi e metterglieli in mano, come a Santa Lucia!; Li p?za min?lu male di Santu Dunatu!, Che gli venga il male di S. Donato (l?epilessia)! Si recitava una filastrocca di maledizioni, rivolta da uno zio ad un nipote, ma per fortuna o sfortuna di costui solo l?ultima risulta veramente infausta: Nipo?, ti pu?zi r?pe lu razzu! Ti uar?ci. Ti pu?zi r?pe la c?sa! Ti uar?ci. Ti pu?zi ?nzur?Nipo?, che tu possa romperti un braccio! / Guarirai. / Che tu possa romperti una gamba! / Guarirai. / Che tu possa prendere moglie! Insomma, prender moglie nel mondo contadino, in certi casi poteva rivelarsi un guaio serio, irrimediabile. Senza il divorzio, sposarsi poteva essere una scelta che rovinava per il resto della vita. Lu/la Scurzin?e, grosso e lungo serpente di sesso maschile o femminile, terrifico e di et? secolare, con due corna ricurve sulla fronte, esercitava un sortilegio sulle persone che casualmente s?imbattevano in essa. Traumatizzava donne e bambini, al solo vederla. Colui che accorreva impugnando un fucile e sparava, non riusciva neanche a scalfirla. Erano cos?potenti le sue qualit?ammaliatrici, da riuscire a deviare i proiettili che avrebbero potuto colpirla. La civetta era ritenuta un uccello lugubre, foriero di cattivi presagi. Il suo canto stridulo, nel buio della notte, era ritenuto di mala?ija e faceva rabbrividire le persone. Dopo il suo canto, se di l?a poco si verificava qualche decesso in paese, si raccontava che la civetta l?aveva preannunciato. ?Chi pu?zi t?ce la v?ca! Av?sa crip?pi ?n ci?i!?, ?Che ti si possa storcere il becco! Che tu possa morire per il cielo!?, urlavano le donne quando udivano la civetta cantare in volo. Janare, lupi mannari, folletti e Trav?e Li ghjan?i e li lupi pumpin?i, janare e lupi mannari, venivano alla luce come gli altri neonati, ma con una differenza: essi nascevano la notte di Natale e questo li avrebbe segnati per tutta la vita. Le janare, sinonimo di streghe ma, al contrario di queste, presenti nell?immaginario collettivo come giovani donne, belle e ammalianti, erano temute assai dalla gente, che metteva in atto precauzioni e antidoti, perch?inefficaci o innocue risultassero le loro fastidiose e ricorrenti incursioni notturne. Molte precauzioni e antidoti, come il sale cosparso sul pavimento, sui balconi, sui davanzali delle finestre, erano posti in atto per evitare che di notte le janare penetrassero nude nelle case, attraverso le fessure di porte o finestre, per ammaliare, molestare e fare dispetti alle persone in preda al sonno. Le scope di saggina e i falcetti appesi all?esterno, all?ingresso delle case, o all?interno delle porte, erano un diversivo, perch?esse si distraessero nella conta al buio di dentini dei falcetti e fili delle scope, cos?che fattasi l?alba erano costrette a rientrare alle proprie dimore. Le janare avevano un nemico nel sale da cucina e se una donna faceva l?impasto per il pane senza sale, o preparava pietanze insipide, era sospettata di essere una di loro e ci?alimentava il circuito del sospetto, del pregiudizio e della maldicenza paesana. Di sabato, lo scongiuro ricorrente tra la gente era: ?Ogg?? ss?butu, salut?a nnuji!?, ?Oggi ?sabato, salute a noi!?. Questo perch?il sabato era il giorno del sabba, vale a dire il gran raduno delle janare con il diavolo, sotto il noce di San Martino Valle Caudina, o sotto quello pi?universalmente noto di Benevento. Esse accorrevano in volo sulle scope di saggina dai vari paesi dell?Irpinia, del Sannio e pare anche dall?Abruzzo e dal Molise. A Montecalvo si raccontava di convegni notturni di janare locali, tenuti sotto gli alberi di pero, isolati nelle radure o nei terreni incolti destinati al pascolo delle greggi. Se qualche mattino lu ual?u, il capo dei dipendenti del massaro, riscontrava nella stalla che delle cavalle avevano i peli della coda e della criniera intrecciati fortemente a piccole trecce, subito si diffondeva la notizia per le masserie che quella era opera delle janare. E la cosa impressionava la gente a tal punto che, oltre a raccontarla in modo pittoresco, il ricordo dell?accaduto permaneva per anni, alimentato e accresciuto dalla fantasia degli anziani dialettofoni. I lupi mannari o licantropi si attivavano ogni notte di plenilunio e scorrazzavano, con un branco di cani appresso, tra abbaiamenti e ululati, per le vie del paese e delle contrade rurali, terrorizzando le persone che si erano fatte sorprendere fuori casa dalla notte. I malcapitati, per non essere dilaniati, dovevano arrampicarsi sugli alberi o rifugiarsi su ballatoi o pianerottoli, e l?importante era che a questi si accedesse attraverso molti gradini. Il lupo mannaro, infatti, pi?di tre gradini non era in grado di salire. L?antidoto consisteva in un chiodo di ferro, fissato alla punta di una lunga canna o pertica, con cui si cercava di pungere dall?alto il lupo mannaro, rimanendo al sicuro su un balcone o affacciati ad una finestra. Se l?operazione riusciva, e dalla ferita inferta fuoriuscivano tre gocce di sangue, il licantropo ritornava in s? cacciava via i cani e faceva rientro alla propria dimora. Come si pu?notare, anche in questo caso ritorna la valenza magica del tre. I folletti, li scazzamari?dri, piccoli esseri di puro spirito, oltre che nella fantasia popolare albergavano nelle case della gente, che li descriveva vestiti con abiti fiabeschi di variopinti colori. Estrosi, bizzosi, dispettosi, ma non malvagi, talvolta riuscivano ad essere simpatici e benefici collaborando, di nascosto, ai faticosi lavori che si facevano in casa o nelle botteghe degli artigiani. Si favoleggiava pure sullo scazzamari?dru cacadin?i, cos? generoso da far rinvenire, al fortunato e ignaro padrone di casa, degli zecchini d?oro nella cenere del suo focolare. Quando d?estate si verificavano tempeste di vento, con molta acqua e grandine, si sosteneva che a provocarle era lu Trav?e, una possente nuvola nera che ascendeva nel cielo avvitandosi con lingue di fuoco nella massa di nubi. A temporale finito, un prete si ritirava attraverso i campi, bagnato fradicio e inzaccherato. La gente giurava che era lui il Trav?e.
Nota Gli scongiuri e le maledizioni sono dei concentrati di significati arcaici, storia etnica, incrostazioni e contaminazioni culturali. Ognuno di essi pu? essere oggetto di analisi semantica e filologica, con spiccata connotazione antropologica. Ad esempio, ?T?, maram?!? ?con ogni probabilit?l?attacco di un canto funebre abruzzese o molisano, in onore del marito morto. Questo verso, migrato in Irpinia e nel napoletano, ha perso il suo significato originale e le donne lo adoperavano come scongiuro o esclamazione liberatoria, contro ingerenze, o prevaricazioni altrui. A li ghjan?i, lupi pumpin?i e scazzamari?dri ho dedicato in questi anni quattro poemi in versi tuttora inediti. Diversi rimedi, filastrocche e maledizioni sono ripresi dal mio libro Lo zio d?America, editore Menna, Avellino 1988. Gli informatori, consultati per questo saggio breve, sono tutti contadini: mia madre, Mariantonia Del Vecchio, 1922-2011; Angelo Schiavone, Angil?lu lu Z?guru, trappit?u, 1914-2010, per la filastrocca di maledizioni; i coniugi Angela Cipriano, classe 1944, e Francesco Avolivola, 1942-2011, per il malocchio. (Questo testo, pubblicato dal Corriere ? Quotidiano dell?Irpinia, ?fruibile nel sito www.angelosiciliano.com).
Zell, 10 luglio 2005 Angelo Siciliano
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