RICORDANDO GIUSEPPE E PIETRO CRISTINO NELLA TERRA DEL SILENZIO
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Il Dott. Pietro Cristino, farmacista,
primo sindaco
democraticamente eletto di Montecalvo Irpino nel 1946.
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Il figlio Giuseppe Cristino,
partigiano, morto prigioniero di Francisco Franco a causa
della guerra civile di Spagna del 1936-39. |
Il Dott. Pietro Cristino, farmacista, primo sindaco democraticamente
eletto di Montecalvo Irpino nel 1946. Il figlio Giuseppe Cristino,
partigiano, morto prigioniero di Francisco Franco a causa della
guerra civile di Spagna del 1936-39. Parlare di Giuseppe e Pietro
Cristino, oggi, nell’epoca del crollo delle ideologie, dopo
l’implosione dei regimi totalitari dell’Est europeo, ma anche di
guerre sanguinose – basti pensare a quella del Golfo Persico e
all’altra tra le nazioni dell’ex Iugoslavia – che sicuramente hanno
trovato una concausa nel crollo del Muro di Berlino del 1989, che ha
segnato la fine della guerra fredda e dei blocchi contrapposti,
guidati dalla fine della seconda guerra mondiale rispettivamente da
USA ed URSS, potrebbe anche significare andare ad indagare fatti,
persone e vicende del Novecento, la cui storia, oltre che non sempre
ripercorsa e chiarita adeguatamente e a sufficienza, ci appare
distante anni luce. E proprio tale distanza consente che tanti
personaggi di primo piano, che hanno fatto la storia civile e
sociale del nostro paese, possano essere spesso posti in discussione
per le scelte politiche fatte e per il loro operato nel secondo
dopoguerra, in quanto hanno contribuito, seppure indirettamente, a
quel sistema politico nazionale bloccato, rimasto senza alternativa.
Si è parlato e si parla anche di democrazia incompiuta. La realtà è
che per più di quaranta anni ci hanno governato più o meno le stesse
persone, realizzando – caso unico tra i paesi occidentali – una
sorta di “dittatura” in democrazia, che ha determinato conseguenze
assai gravi: invecchiamento e inefficienza delle Istituzioni
pubbliche; alcuni fenomeni gravi di collusione tra politica e
criminalità organizzata; intere regioni 2 alla mercé di mafia,
‘ndrangheta o camorra che insanguinano il Sud sostituendosi allo
Stato come se questo avesse rinunciato alle proprie funzioni;
malcostume diffuso della pratica del pizzo e della bustarella per
cui, sempre più spesso, la cronaca nera è ricca di casi di burocrati
e amministratori locali divenuti essi stessi, in prima persona, i
gestori del malaffare. È il “diritto negato” ad alimentare spesso
faide tra i malavitosi e comportamenti omertosi anche tra i
cittadini. I partiti politici si sono trasformati in qualcosa di
diverso da ciò che erano originariamente: da strumenti di democrazia
sono diventati organizzazioni di potere. Tuttavia pare che ora
qualcosa cominci a cambiare e fasce non trascurabili della
popolazione non sono più disposte a concedere la propria delega in
bianco ai politici, portati sempre più ad anteporre gli interessi
particolari, di pochi privilegiati, all’interesse generale della
collettività. I problemi sono tanti. Da locali o nazionali che
erano, sono divenuti di portata planetaria. Non sarà di certo la
logica delle lobby, delle multinazionali e della propensione al
consumismo a prospettare le soluzioni più eque o più giuste per la
nostra società. Giuseppe Cristino, nato a Montecalvo Irpino il 17
maggio 1918, con la Grande guerra ancora in atto e il fascismo che
avrebbe preso il potere di lì a quattro anni, non sarebbe stato in
grado di immaginare i mutamenti e le involuzioni della nostra
società. A dire il vero nemmeno noi siamo in grado di prevedere,
dove ci porteranno le “esternazioni e picconate” che da qualche
tempo caratterizzano il sistema di potere in Italia. Dell’Irpinia,
assai arretrata e depressa d’inizio secolo, poco o nulla permane
nella memoria collettiva. Guido Dorso, nel 1915, ne faceva un quadro
tutt’altro che esaltante. Le lotte politiche provinciali,
caratterizzate da intimidazioni e sopraffazioni, trovavano fertile
terreno nelle condizioni di servilismo diffuso. L’Irpinia era già
allora regno dell’affarismo e del trasformismo, e l’arte della
mediazione e della demagogia serviva soprattutto all’interesse
generale della borghesia. A ben vedere, però, nel secondo dopoguerra
il quadro generale provinciale non è parso cambiato di molto
rispetto al periodo tra le due guerre. Il potere locale era gestito
con strumenti conservatori e antiprogressisti. I nobili erano ormai
stati soppiantati dai professionisti – medici, avvocati, ingegneri
ecc. – e dai burocrati che andavano costituendo un nuovo ceto
d’arrampicatori sociali fortemente politicizzato. Il censimento del
1921 rilevava l’arretratezza economica irpina: il 79,20% della
popolazione attiva era impegnata nell’agricoltura; solo il 14%
lavorava nell’industria e nei trasporti; appena dieci erano le
imprese con più di cinquanta addetti. La polverizzazione delle
imprese caratterizzava tutti i settori economici provinciali. I
lavoratori prestavano la propria opera in condizioni di
sfruttamento, con strumenti antiquati, salari bassissimi e nella
pressoché generale inosservanza delle norme previdenziali e
antinfortunistiche. Il censimento del 1931 vedeva scendere
l’occupazione nel settore agricolo al 71%, ma permaneva l’estrema
arretratezza delle tecniche produttive in agricoltura. Oltre alla
crescita degli addetti nei settori dell’industria e del commercio,
si registrava il raddoppiamento della popolazione scolastica (24.301
alunni), rispetto al 1921, anche se non poteva essere cancellato
l’analfabetismo. L’emigrazione di massa, con destinazione
transoceanica, s’interrompeva durante il ventennio fascista, ma
sarebbe ripresa in modo massiccio negli anni Cinquanta, Sessanta e
Settanta, privilegiando i paesi europei. 3 Questo, in breve sintesi,
lo scenario in cui Pietro Cristino (1882 – 1962), farmacista
montecalvese e padre di Giuseppe, prima socialriformista e poi
socialista dal 1924, dopo l’avvento del fascismo nel 1922, fece le
sue scelte politiche ed operò in opposizione al regime. Sottoposto a
restrizioni severe delle libertà personali, a seguito della
“ammonizione” della Questura, motivata dalla sua accertata attività
sovversiva, egli sopportò con dignità ogni vessazione, compreso un
breve arresto cautelare, in occasione delle nozze di S.A.R. il
Principe Ereditario, celebrate il 12 gennaio 1930. Intransigente
oppositore del regime, divenne soprattutto un punto di riferimento
morale per gli antifascisti montecalvesi e quelli dei comuni vicini,
perché col tempo ogni forma d’azione politica gli era impedita con
ispezioni e controlli rigorosi di polizia. Sarebbe stato il primo
sindaco democraticamente eletto nel 1946, in un comune, Montecalvo
Irpino, dove mai si era sopito lo spirito democratico e
antifascista. Gli ultimi anni della sua vita li avrebbe trascorsi
seduto e silenzioso su una sedia, a causa di una paralisi che
l’aveva colpito. Il figlio Giuseppe assistette alle vicende paterne
maturando una spontanea e autonoma formazione politica,
caratterizzata da una precoce opposizione alla dittatura fascista,
non rivelata ad alcuno. A Napoli, dove per motivi di studio s’era
trasferito con la madre e i fratelli, nel 1938 decise di espatriare
per partecipare alla guerra civile spagnola. A Parigi, dov’era
giunto con pochi risparmi, grazie ad un finto viaggio turistico,
entrò in contatto con altri antifascisti e si arruolò nelle Brigate
Internazionali. Entrato clandestinamente in Spagna, combatté nella
Brigata Garibaldi in difesa della Repubblica spagnola. Fatto
prigioniero dai franchisti, fu internato in un campo di
concentramento dove morì, presso Burgos, il 20 agosto 1941,
stroncato da un’epidemia di tifo. Comunque, se fosse sopravvissuto,
l’avrebbero consegnato allo Stato italiano, il che sarebbe equivalso
probabilmente alla sua condanna a morte, giacché nel 1939 erano
avvenute fucilazioni, per ordine dello stesso Mussolini, di
antifascisti italiani catturati in Spagna. Ad onor di cronaca va
riferito che da Montecalvo era partito per la Spagna anche qualche
volontario, arruolato dal regime, per combattere a fianco delle
falangi franchiste. Relativamente ad uno di questi volontari, si
raccontava che sua moglie, con le rimesse ricevute dal marito
combattente in Spagna, si era comprato un appezzamento di terra
intestandolo al proprio nome. La gente del paese così ne parlava:
«Lu marìtu ha gghhjut’a pparà li ppaddròttil’a la Spagna e la
mugliére, cu la pava ca iddru l’ave mmannàtu, s’av’accattàtu la terr’a
ppiéttu suju!» (Il marito è andato in Spagna a parare le pallottole
e sua moglie, con la paga che lui le ha spedito, s’è comprato un
pezzo di terra intestandoselo!). Era di conforto per Pietro Cristino,
sopravvissuto al figlio per ventuno anni, sapere che Giuseppe si era
sacrificato per il suo ideale di libertà. Padre e figlio, dunque,
erano accomunati nei loro ideali di democrazia e la loro storia
andrebbe fatta conoscere ai giovani. Però, quasi fossero dei
personaggi scomodi o ingombranti, Montecalvo ha scelto il silenzio.
Ma un paese che si scorda dei figli migliori, a prescindere dal
colore politico d’appartenenza, è un paese senza storia, che non
possiede alcunché da insegnare ai giovani e tramandare ai posteri.
(Testo scritto a Zell (TN), il 10 dic. 1991, per ricordare il
cinquantenario della morte di Giuseppe Cristino).
Angelo Siciliano
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