PREMESSA DI ANGELO SICILIANO
                                                 Lo zio d’America
,  
editore Menna,  Avellino 1988.
 

Per gioco cominciai a scrivere quanto qui è contenuto che solo successivamente si è venuto definendo come « progetto » di recupero culturale.

Il proposito, all’inizio, era di recuperare dalla sabbia della memoria qualcosa che appartenesse al mio passato, anche lontano, e fermano nella mia lingua originaria, il dialetto montecalvese. Il risultato sarebbe dovuto circolare al massimo tra pochi intimi, tanto più che l’operazione riguarda un paese del l’Irpinia, terra questa senza una tradizione vernacola scritta. La cosa, invece, si è andata dilatando oltre misura. L’incoraggiamento poi,di alcuni amici, mi ha fornito gli stimoli giusti per un recupero creativo, il più possibile completo e fedele, di una cultura arcaica contadina, comune in certa misura a buona parte del Meridione e che è o sta per entrare nella memoria o nell’in conscio collettivo.

Si è trattato di un’operazione a tutto tondo, spesso con connotazioni antropologiche, e la varietà dei temi toccati, cunti, malisintenzie, detti e canti funebri, non ha consentito una uniformità di stile e di contenuto. Ho ritrovato comunque un pia cere antico, quello di quando ragazzo inventavo storie per qual che coetaneo. La messa a punto dell’ortografia dialettale mi ha consentito nel contempo, di fissare il dialetto montecalvese che, a partire dagli anni Sessanta, ha subito un declino irreversibile e inarrestabile. Esso fa parte della famiglia dei dialetti irpini, di un’isola etnica la cui parlata è comune, pur con molte differenze, ad un’isoglossa, ben delimitata geograficamente, che si estende dall’Abruzzo meridionale sino alla Calabria settentrionale. Il suo substrato è osco, su cui le 16-17 dominazioni che si sono succedute nel Meridione in questi ultimi 2.500 anni, hanno lasciato parole greche, latine, longobarde, normanne, arabe, francesi, spagnole ecc.

Una volta rimossa quella specie di complesso di inferiorità che ciascun meridionale, non solo di estrazione contadina, si porta dentro nei confronti della cultura nazionale, ho cercato senza              « orgogli » di riscoprire, prendendone atto, questo patrimonio culturale « morente », aspirando a realizzare due tipi di operazioni: una in prospettiva orizzontale e cioè in modo sincronico rispetto al contesto storico-linguistico entro il quale mi son trovato ad operare; l’altra in prospettiva verticale e cioè in modo diacronico, nel senso di un recupero della propria origine antropologica e di un dialogo con la propria matrice culturale.

Non poche sono state le sorprese in sede di verifica del materiale prodotto: assenza o comunque rapporti non evidenti con la cultura della Magna Grecia; labilità o quasi di rapporti Con la cultura nazionale; seppure quella contadina sia cultura alquanto pagana, è intrisa di cristianità; la scoperta di una mitologia « abbastanza » autoctona con indiscusse funzioni mitologiche, salvo quando certe pratiche della magia, rifuggendo il maleficio, via via  assumevano funzioni liberatorie.

Dita aspetti fondamentali della cultura contadina e meridionale sono l’emigrazione e una certa
conflittualità sociale. Per il primo è storicamente noto che il Sud, dalla fine dell’800 in poi, è stato terra di emigrazione e non a caso tanti italo-americani della terza generazione, anche famosi, vengono a cercare le loro radici nel Meridione. Era soprattutto la necessità di migliorare le proprie condizioni socio-economiche a spingere le genti meridionali ad emigrare. E quindi, per esse, l’emigrazione  divenne  elemento storico-culturale inevitabile. Per il secondo c’è da dire che il mondo contadino, una certa divisione in classi l’ha sempre subita. È atavica la contrapposizione tra la piccola borghesia paesana (medico, farmacista, impiegati ecc.) e contadini.
 E le lotte politiche paesane di questo secondo dopoguerra, prima che si venissero definendo i vari «feudi », come son da considerare?

Ma non mi sono limitato a dare forma scritta alla tradizione orale. Ho creato versi moderni dialettali e anche se essi paiono in stretta relazione con la mia poesia in lingua, mi auguro che possano essere considerati un modo di come il dialetto irpino può rendere forma e contenuti ispirati alla vita di oggi.

Ritengo che una cultura è « mortale » se non lascia tracce evidenti . Io ho cercato di recuperarne una, seppure in parte, ma ciò ncn mi autorizza a supporre che ora questa sia sfiorata da
« immortalità ». Mi piace concludere o meglio  iniziare con qualche favorevole auspicio: che sia creato un vocabolario irpino e venga avviata e condotta a termine una ricerca etnografica a largo raggio, che coinvolga più Comuni dell’Irpinia.

Zell, aprile 1988

ANGELO SICILIANO