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"Il sonno letargico" (noto in dialetto irpino come "Lu Patrisuonnu") è un racconto della tradizione orale contadina raccolto, trascritto e tradotto nel 1994 dal poeta ed etnografo Angelo Siciliano. Il testo fa parte delle sue ricerche etno-antropologiche sul mondo agro-pastorale di Montecalvo Irpino (Avellino), ed è stato tramandato dalla testimonianza diretta di una contadina locale, Mariantonia Del Vecchio, La Leggenda in sintesi Il racconto narra le vicende di Mingo (Domenico), un giovane che la mattina di San Giovanni (il 24 giugno) si rifiuta di alzarsi dal letto per andare a mietere l'orzo con gli altri lavoratori. Quando finalmente si sveglia, viene colto da un sortilegio punitivo: Lu Patrisuonnu, ovvero uno stato di sonno letargico continuo. Per quaranta giorni e quaranta notti Mingo continua a camminare e persino a lavorare nei campi, ma barcollando vistosamente e muovendosi come un automa o un sonnambulo, suscitando le risate di chi lo osserva. Lo spavento e la fatica di quell'esperienza lo cambiano per sempre: da quell'anno in poi, a ogni san Giovanni, Mingo sarà il primo a saltare giù dal letto. Il significato antropologico .
Come spiegato nelle note dello stesso Angelo Siciliano sul suo sito ufficiale, questa credenza popolare aveva una chiara funzione pedagogica e sociale: Monito contro la pigrizia: Serviva a spronare i giovani e i fannulloni a svegliarsi all'alba. Necessità pratiche del raccolto: Nel periodo estivo della mietitura a mano, era fondamentale iniziare a lavorare nelle primissime ore del mattino per sfruttare il fresco, prima che la calura del sole rendesse il lavoro insopportabile.
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LU PATRISUONNU1
La matìna di San
Giuvannu, Mingu,
ca nun cridév‘a nniénti, tantu di lu
suónnu
nun s’azàvu. La mamma lu chjamàva,
ca l’aspittàvunu andó mitévunu.
Lu sole èr’àutu e l’uórij’arrivàtu,
ca li spighi facévunu l’ancìnu.
Li miéruli cantavunu cu li cardilli.
Quannu Mingu s’azàvu, er’ancora
appagliaràtu e ghjètt’a mmète,
com’a nd’à nu suónnu. L’ati mititùri
l’assucchjàvunu e ssi pigliàvunu
la pizzicàta, picché ogni ttantu paréva,
ca cu la fàucia, ntànnu si la tagliava
la mani. L’era pigliatu lu Patrisuónnu
e, ppi cquaranta juórni e cquaranta
notti,
durmètt sèmpe, ma fatijàva,
e ogni ttantu capuzzijàva.
Chi lu videva, n zi
putéva
mantiné e s’acquagliàva di risa.
Da quiddr’annu, Mingu, fin’ a cché
ccampàvu, la matìna di San Giuvannu,
si vuttàva subbìtu da lu liéttu.
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IL SONNO LETARGICO
La
mattina di S. Giovanni, Mingo,
che non dava ascolto a ciò che si
narrava in giro,dal sonno
non si alzò.
La madre lo chiamava,
perché era atteso
dove altri erano già a mietere.
Il sole era spuntato da tanto e l’orzo
era maturo,
al punto che le spighe si
piegavano.
Merli e cardellini cinguettavano.
Quando Mingo finalmente si sollevò dal
letto,
era ancora assonnato e si recò a
mietere,
come in un sogno. Gli altri mietitori
lo scrutavano attentamente e lo
stuzzicavano
perché di tanto in tanto, sembrava che
lui,
con la falce, fosse sul punto di
tagliarsi
una mano. Era stato colto dal Sonno
letargico
e, per quaranta dì e quaranta notti,
dormì continuamente, eppure lavorava,
anche se,di tanto in tanto, barcollava.
Chi l’osservava,
non riusciva
a trattenersi dal ridere.
Da quell’anno, Mingo, finché visse,
quand’arrivava il giorno di S. Giovanni,
si svegliava e si alzava senza farsi
pregare.
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Il sonno letargico era collegato a S.
Giovanni Battista, che si festeggia il
24 giugno.
Forse con questa
leggenda si voleva indurre i
fannulloni e soprattutto i giovani a
non poltrire a letto, ma a levarsi
presto la mattina, possibilmente
all’alba, perché l’estate era ed è
tempo di mietitura. Dato che in
passato si mieteva a braccia con
falcetto e cannìddri, quattro
tutoli di canna per la protezione
delle dita della mano sinistra che
stringeva il mannello, era essenziale
lavorare col fresco, prima che il
sole, con la sua calura, rendesse
quest’attività faticosa e
insopportabile.
Mingo sta per
Domenico.
Fonte:
Mariantonia Del Vecchio, classe 1922,
contadina; trascrizione, traduzione e
annotazione di Angelo Siciliano del
1994
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