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Il Convento e il Tiglio


di Angelo Siciliano

Il convento di Montecalvo Irpino, dedicato a S. Antonio da Padova, fu ultimato nel 1631 e di fronte ad esso, com’era consuetudine, ad alcune decine di metri fu messo a dimora un tiglio. Affidato ai frati minori di S. Francesco d’Assisi, il convento subì dei ritocchi nei secoli passati e fu abbattuto dopo il terremoto del 1962. Forse, con le tecniche di recupero e di restauro messe a punto in questi ultimi anni, lo si sarebbe potuto salvare e vederlo ancora nella sua integrità. Della sua storia è rimasto poco: qualche quadro, qualche statua, il coro ligneo. Ma il tiglio è ancora al suo posto. I terremoti non lo spaventano di certo.

Il Convento di Sant'Antonio di Padova a Montecalvo Irpino unisce oltre tre secoli di fede, arte e vicende storiche legate al territorio irpino.Una storia segnata dal tempoEdificato tra il 1626 e il 1631, il complesso nacque per volontà della comunità locale e grazie alle donazioni dei duchi Pignatelli. La struttura originaria vantava una grandiosa architettura barocca con tre chiostri interni, arricchiti da affreschi di pregio. Nel corso dei secoli, una lunga serie di terremoti ha ripetutamente ferito l'edificio fino al definitivo crollo causato dal sisma del 1962, che ha imposto una ricostruzione in chiave più moderna.Il patrimonio e il tiglio storicoIl vero simbolo di continuità del convento è il monumentale albero di tiglio situato nel piazzale antistante. Piantato dagli stessi frati nel 1626, questo gigante verde è sopravvissuto a tutte le calamità naturali ed è oggi tutelato dal Fondo Ambiente Italiano (FAI). All'interno della chiesa si conservano ancora tesori d'arte scampati alle distruzioni, come un prezioso crocifisso ligneo settecentesco e una raffinata tela fiamminga del Cinquecento che raffigura la Madonna della Purità.Accoglienza e spiritualitàOggi il convento, guidato dai Frati Minori, continua a essere un punto di riferimento per l'intera provincia. Accanto alla struttura sorge l'Oasi Maria Immacolata, un centro di spiritualità attivo dagli anni '50 che ospita regolarmente convegni, incontri di preghiera, ritiri religiosi e percorsi formativi per pellegrini e visitatori.

   

LU CUMMENT E LU TIGLIU*

Dicévunu l’antìchi di cócchidùnu
ca era fitènt e ‘n zi putéva tòlliri:
«Puzza milli cummiénti!»
Ma pi nnuji lu cummènt
era l’addóre di lu ‘nciénzu,
‘li gigli di Sant’Andòniju,
‘li rròsi d’ogni mmése,
lu ffrishcu di la stagióna.
Li santi pittàti ci trimindévunu
da sótt’a la làmmija
e Ssa’ Mmattèu, sèmpe
cu lu libbru ‘mmani,
uardàva stuórtu a cchi di nuji
nun buléva studijà.
Quanta cristiani so’ ppassàti
sótt’a ‘stu tigliu!
Chi partéva e cchi s’arritiràva,
chi jéva fóre a ffatijà
e cchi minév’a mméssa.
Pinzàti, tre ssècul’e cchjù:
justu l’ajità di ‘st’àrbulu!
Ma chi sa quale malu juórnu,
chi fu ccapàce di minà ‘n terra
la storia di ‘ddru cummènt,
‘n zi ‘ncrécca e ddice:
«Sigàti quiddru tigliu
ch’ave fattu li juórni suji!»
 

IL CONVENTO E IL TIGLIO

Un detto antico su qualcuno
che era un tipo abietto e insopportabile:
«Puzza come mille conventi!»
Ma per noi il convento
era l’odore dell’incenso,
dei gigli di S. Antonio,
delle rose di ogni mese,
la frescura dell’estate.
I santi affrescati ci osservavano
da sotto la volta
e S. Matteo, eternamente
con un libro in mano,
guardava torvo chi di noi
non aveva voglia di studiare.
Quante persone sono passate
sotto questo tiglio!
Chi partiva e chi rientrava,
chi si recava in campagna per lavoro
e chi veniva a messa.
Pensate, tre secoli e più:
giusto l’età di questo albero!
Ma chissà quale infausto giorno,
chi mostrò il coraggio di cancellare
la storia di quel convento,
non si rizzi e ordini:
«Abbattete quel tiglio
he è suonata la sua ora!»
 

 

Angelo Siciliano