FELICE CRISTINO CI HA LASCIATO
Un
affabile e ospitale patriarca, depositario dei canti arcaici
montecalvesi e una delle ultime “biblioteche” viventi della civiltà
contadina
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Link - 1)
FELICE CRISTINO A UN ANNO DALLA MORTE
Una
delle figure emblematiche
della
nostra Irpinia arcaica
2)
ANNUNZIATA BLUNDO NON È PIÙ TRA NOI
Nel 1946 divenne comunista, in un
paese che sarebbe diventato una delle roccaforti rosse dell’Irpinia.
Partecipava alle lotte aspre che vi erano in paese tra i rossi e la
Democrazia cristiana, anche attraverso i canti pettegoli e politici.
Sposatosi con Annunziata Blundo, ha
avuto tre figli: Antonio, Michele e Maria. Era nonno e anche
bisnonno.
Il 1949 fu anno di grave carestia a Montecalvo
e fu inventato un canto propiziatorio a S. Antonio da Padova, ricordato e
cantato anche da Felice Cristino.
Da giovane è stato bracciante e poi
contadino e pastore. Viveva nella casa in campagna, nella terra di
cui è stato per lungo tempo coltivatore-affittuario, divenendone
dopo diversi anni proprietario. Si può dire che è vissuto della
propria autosufficienza alimentare.
Per lui, l’amicizia e l’ospitalità
erano valori irrinunciabili e fondanti per incontri umani sempre
vivi e stimolanti. “Nu cumpagnóne”,
che rappresentava un crocevia della cultura orale locale ed una
delle memorie più lucide dell’ormai scomparsa civiltà contadina.
D’estate,
raccolti a crocchio all’ombra del gelso davanti casa sua, dove
convenivano spesso amici e parenti, ritornavano vicende vissute e
miti del passato. Si realizzava quel che al Nord si chiamava il
“filò”. Momenti tristi e momenti lieti, di un’epoca ormai andata, e
Felice, per sollazzarci, ridere e scherzare, ci intonava un canto
scaramantico, retaggio dei secoli passati, il cui testo qui si
riporta.Quannu móru // Quannu móru / ti lu llassu dittu, / lu vògliu nu tavùtu / di ricòtta, / atturnijàtu tuttu / d’óva fritti, / casu rattàtu / pi ssótt’e ppi ccòppa! / Li canniliéri / li bbògliu di sausìcchji, / l’acqua santa / nu bèllu vinu forte! / Po’ mi mittìti / ‘mmiézz’a ddóji figlióli / e mmi cantati / l’assèquiu, / ca nu’ mmóru! / (Quando muoio // Per quando muoio / mi raccomando a te, / voglio una bara / di ricotta, / contornata tutta / di uova fritte, / formaggio grattugiato / sotto e sopra! / I candelabri / li gradisco di salsicce, / per acqua santa / un bel vino forte! / Poi mi sistemate / in mezzo a due ragazze / e celebrerete / le mie esequie, / solo così io non sarò morto!). Nota - È un chiaro esempio di come, nel mondo arcaico rurale, in cui la morte era sempre incombente, si cercasse di scongiurarla con l’abbondanza di vettovaglie e la complice e intrigante presenza della gioventù femminile. (Questo testo, pubblicato sul Corriere-quotidiano dell’Irpinia il 3 febbraio 2010, è fruibile nel sito www.angelosiciliano.com). Zell, 1 febbraio 2010 Angelo Siciliano |
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