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Contrarre matrimonio significava legarsi per tutta la vita
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Corteggiamento
e amore nel mondo contadino
arcaico
Per gli animali l’accoppiamento
risponde a impulsi istintivi, quali l’attrazione verso il partner e
l’esigenza naturale di dover tramandare la specie. Vi è
indubbiamente un aspetto chimico, dovuto ai feromoni, ma conta pure
quello estetico. Nel senso che un maschio in buona salute e di
ottimo aspetto, capace di sbaragliare la concorrenza maschile,
conquista la femmina per tramandare i propri geni alla discendenza.
Per gli umani, conta sì
l’attrazione fisica ma è quasi nulla quella chimica. Comunque, c’è
qualcosa di molto importante che agli animali non è dato conoscere:
l’amore, inteso come sentimento e non soltanto come sesso. E poi c’è
un altro aspetto fondamentale: il sesso tra gli umani, oltre che per
la finalità di procreare, è praticato nelle diverse stagioni della
vita per il godimento che esso procura. Tra l’altro oggi, col
Viagra, per i maschi in età avanzata, questo piacere s’è dilatato
nel tempo, al punto da diventare per alcuni una vera e propria
“dipendenza”.
L’amore, anche nella società
contadina arcaica, era prima di tutto un sentimento. A volte si
poteva far ricorso a fatture d’amore e a filtri magici, ma in genere
ci si innamorava come può succedere oggi, seguendo le tappe
dell’attrazione, dell’innamoramento e del corteggiamento. Solo che
oggi i modelli sono cambiati. Dopo il cinema, la tivù dei reality, i
media dei gossip e poi il web e i social network hanno contribuito a
modificare il nostro costume e la morale, sull’onda di quanto
avevano già prodotto il Sessantotto e il femminismo. Insomma, non è
più uno scandalo se è una ragazza a proporsi al maschio. Ed è
normale se due giovani se ne vanno a convivere o contraggano
matrimonio solo civilmente. In passato era d’obbligo il matrimonio
religioso, che legava per tutta la vita, e, se ci si separava, fino
al 1970 in Italia non esisteva il divorzio.
Con tutte le complicazioni che ciò poteva comportare.
I luoghi e le occasioni d’incontro
per i giovani contadini erano le fontane, dove le ragazze andavano a
fare la provvista d’acqua (andó li ffiglióli jévun’a l’acqua)
per la famiglia, o a fare il bucato (a llavà e a ppassà li
panni), i lavori agricoli come
semina, mietitura e trebbiatura (sémmina, mititùra e scógna)
per moltitudini di braccianti presso i massari, i mercati
settimanali, le fiere, le feste religiose di paese, i pellegrinaggi
e le feste di famiglia in occasione di matrimoni, battesimi,
comunioni e cresime.
Anche i balli sull’aia, certe sere
d’estate dopo la trebbiatura, al chiarore delle lampade ad acetilene
(li ccitalèni cu lu cabùrru)
legate ai pali, servivano come diversivo al duro lavoro nei campi,
oltre che per il divertimento e la socializzazione dei giovani.
Fu una sorpresa, per me, scoprire
che anche in Irpinia esisteva la tradizione del filò nelle masserie.
Un modo di socializzazione, molto diffuso nelle cascine del Nord
Italia. Nelle sere d’inverno, le famiglie del vicinato si riunivano
nella parte pulita e asciutta della stalla, in cui vi erano vacche e
giumente, e raccontavano cunti,
aneddoti e fatti di cronaca paesani o nazionali. Tra i ragazzi si
facevano scherzi e giochi di società. Una scena, questa,
rappresentata molto bene da Ermanno Olmi, nel suo film
L’albero degli zoccoli.
Qualche ragazza in età da marito,
per la quale non si faceva avanti alcun pretendente, si recava al
mercato sotto braccio con la madre o con qualche zia per
“mostrarsi”, e i pettegoli (li ‘ntricchjiéri)
insinuavano che portavano a vendere la giovenca (pòrtun’a
bbénne la jènca). Di qualche altra
si spettegolava che non era piazzabile, perché sgualdrinetta (nn’éja
vinnìbuli, ‘ddrà canzarréddra),
oppure insinuavano che per maritarsi, dovevano costruire una chiesa
nuova (pi si mmarità quéddra, hanna fa la chjiésija nóva).
L’amore è un sentimento libero, ma
nella società contadina non sempre era così. In tanti casi era un
sentimento “obbligato”, nel senso che ci si doveva innamorare
seguendo un percorso che non aveva alternative o quando queste, per
opportune valutazioni dei familiari, non erano convenienti. Ciò
succedeva quando il fidanzamento era combinato, tra un maschio che
era in età da matrimonio (l’ómu ca s’éva ‘nzurà)
e una ragazza in età da marito (la figlióla ca s’éva mmarità).
In una comunità non alfabetizzata
come quella contadina, le ragazze, superata l’età puberale, erano
pronte per essere date in sposa e mettere al mondo una numerosa
prole. Quasi fossero delle fattrici. In alternativa, superati i
25-30 anni senza aver trovato marito, le donne scartate (li
scartuléddre) erano “accantonate”
come vecchie zitelle (ziti vècchje).
A volte, era l’innamorato a
dichiarare formalmente il proprio amore alla ragazza adocchiata (“Ti
vuo’ métt’a ffà l’amore cu mme?”).
Altre volte le proposte di fidanzamento potevano essere avanzate dai
genitori del maschio alla famiglia della ragazza, o, su delega, da
ambasciatori (mmasciatùri),
sensali (zanzàni), compari,
parenti o amici di famiglia. Il portatore della richiesta, quasi a
scusarsi, dichiarava: “Mmasciatóre nun pava péna!
(Ambasciatore non paga pena!)”.
Naturalmente, lui elencava pregi e qualità del giovane, della
famiglia d’appartenenza e le allettanti condizioni patrimoniali.
Insomma, si trattava di un buon partito da non sottovalutare.
Comunque, mai la famiglia di una
ragazza avrebbe potuto inviare un’ambasciata (na mmasciàta)
alla famiglia di un maschio! Si trattava di un tabù consolidato nei
secoli.
Le giovani contadine, che non
trovavano marito nel proprio paese, perché non più illibate, o
perché vittime di pregiudizi e maldicenze, avevano una sola
speranza: maritarsi con qualche vedovo o separato di fatto, o con
uomini di qualche paese vicino (frustiéri).
In questo caso si mettevano in moto i sensali di matrimoni che, in
cambio di adeguato compenso, concludevano una sorta di “tratta delle
mogli”. D’altronde, non esistevano ancora le agenzie matrimoniali. E
c’è da aggiungere che raramente i matrimoni di questo tipo
fallivano. Forse, dato che entrambi i contraenti avevano fatto
fatica ad accasarsi, erano preparati a superare incomprensioni
reciproche e divergenze caratteriali.
Anche nel mondo contadino, poteva
capitare che una ragazza avesse più corteggiatori. Se lei era libera
di scegliere chi volesse, lo faceva tenendo conto dell’aspetto
fisico, della simpatia personale, della fiducia che le ispirava,
della loquacità, della considerazione che aveva di lui la gente e,
in qualche caso, anche delle sue capacità canore. Sino a inizio
Novecento, infatti, di sera i giovani spasimanti organizzavano delle
serenate sotto le finestre delle amate, con o senza
l’accompagnamento di strumenti musicali come organetto o chitarra.
L’innamorato, se non era capace di
cantare o suonare uno strumento, assoldava qualche amico o
conoscente, che si faceva carico di suonare e cantare la serenata
d’amore, sotto la finestra della ragazza agognata. Se la cosa non
era di gradimento, il gruppetto poteva beccarsi un secchio d’acqua
in testa dalla finestra, da cui si sarebbe dovuta affacciare la
corteggiata. E, in questo caso, la cosa finiva tra proteste,
ilarità, schiamazzi e improperi.
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