Angelica
Poema
contadino ottocentesco in dialetto irpino
di
Montecalvo Irpino
di 107
quartine
Trascritto, tradotto e illustrato da Angelo Siciliano
Informatori:
Mariantonia Fioravanti e Felice Cristino
Postfazione di Giovanni
Kezich
Dato
alle stampe “ Poema Angelica”, il nuovo libro di Angelo
Siciliano 2026.
Il libro del poema Angelica,
incentrato sull’unico poema contadino irpino dell’Ottocento,
repertato nelle campagne di Montecalvo Irpino nell’estate del
1990, è stato pubblicato da Angelo Siciliano con Youcanprint,
all’inizio di febbraio 2026, ed è inserito su diverse
piattaforme digitali.
Questo libro nasce da una voce lontana. Una voce contadina
arcaica, che si udiva sulle aie nell’odore della pula, raccolta
grazie a una musicassetta. Essa trasmetteva un poema
ottocentesco sopravvissuto solo nel respiro di chi lo cantava.
Da quella voce è iniziato un viaggio lungo oltre quarant’anni,
fatto di ascolto, trascrizioni, incontri, dubbi, scoperte e
ritorni. Angelica non
è soltanto un testo recuperato: è un frammento di memoria viva,
di sangue che ancora pulsa, un collegamento tra chi ha cantato e
chi leggerà, tra la cultura orale e la pagina scritta, tra il
mondo rurale del passato e il presente disincantato. Questo
libro prova a restituire quella continuità, senza interromperla.
Il testo del poema è stato trascritto, tradotto, analizzato e
illustrato con foto e dipinti elettronici dell’autore, che ha
gettato un ponte tra la tradizione orale/popolare e quella
dotta. Egli ha creato quest’opera come un romanzo d'avventura
intellettuale, che avvia la pubblicazione del materiale raccolto
in oltre 40 anni di ricerca sul campo e nell’immaginario
collettivo a Montecalvo e nell’Irpinia nord-orientale. È il
primo di una dozzina di libri, di differenti tematiche, che si
potranno realizzare col patrimonio della cultura immateriale,
che è stato messo insieme dall’autore in decenni di ricerca
appassionata e scrittura di un’enorme quantità di testi in
dialetto irpino dell’Ottocento.
Quindi, data la ventennale attività che l’autore ha svolto sul
web, e poi contemporaneamente sui social, questo volumetto di
126 pagine si pone anch’esso come un ponte tra il web e il
cartaceo, poiché egli, oltre a fare ricerca nella cultura orale
per raccogliere i canti contadini, altre centinaia ne ha
commentati sia su YouTube, dove ha un proprio canale, sia sui
social.
Il poema fa parte dei 200 canti registrati da Angelo Siciliano,
grazie a diversi informatori nati nel primo quarto del XX
secolo, tutti delle vere e proprie “biblioteche viventi”
appartenenti al mondo rurale montecalvese. Esso si pone come un
simbolo di rinascita culturale ed essendo l’unico documento del
genere, esistente nel dialetto irpino dell’Ottocento,
rappresenta un’opera di inestimabile valore filologico,
estrapolato dalla tradizione orale dei cantastorie, nonché un
documento della cultura orale e del patrimonio immateriale che
si possono ritenere ormai scomparsi, anche se hanno convissuto
con noi sino a qualche decennio fa.
Angelo Siciliano dimostra con quest’opera che la distinzione tra
"colto" e "popolare" è assai più sfumata di quanto si pensi: se
il popolo canta i poeti, i poeti attingono continuamente dal
popolo.
Il contenuto del poema tratta di un percorso iniziatico d’amore
alquanto tribolato, secondo un canone magico-rituale della
tradizione orale locale, tra due giovani innamorati, Angelica e
Giovanni, che trionfa grazie al sortilegio con l’avvelenamento
e, purtroppo, la morte di tre persone.
Gli informatori sono tre contadini della contrada Frascino –
terra di miti, di canti e di cunti – di Montecalvo Irpino:
Felice Cristino, Giuseppe e Mariantonia Fioravanti.
Il contenuto del poema Angelica è analizzato e presentato
all’interno di una contestualizzazione storico-letteraria,
passando attraverso i testi e le vicende della Chanson de Roland
e della Baronessa di Carini.
Nel libro, per la vicinanza con l’amata Lucania, è inserita la
traduzione in dialetto irpino di una poesia di Rocco Scotellaro.
La post-fazione di Giovanni Kezich è la ciliegina sulla torta di
questo recupero culturale!
Il testo del poema Angelica si configura come una testimonianza
della ricerca etno-antropologica che va ben oltre il semplice
recupero folclorico. È il racconto di un percorso intellettuale
e umano iniziato nel 1987 con l’intento, inizialmente limitato,
di trascrivere la cultura orale di Montecalvo Irpino, ma
progressivamente trasformatosi in un’indagine articolata sulla
memoria, sull’identità e sul valore del dialetto, come archivio
vivente della comunità.
Uno degli aspetti più significativi è l’evoluzione della
consapevolezza metodologica dell’autore. In principio, egli
ritiene che la trascrizione dei testi (cunti, canti,
filastrocche, detti, maledizioni) possa essere sufficiente a
recuperare e a preservare la tradizione. Tuttavia, comprende
presto che la scrittura, pur necessaria, rischia di “congelare”
e impoverire un patrimonio che nasce e vive nella voce, nel
ritmo, nel contesto performativo. Questa presa di coscienza
segna il passaggio da un approccio meramente letterario a una
prospettiva antropologica più ampia, in cui la cultura orale è
intesa come sistema complesso di pratiche, relazioni e identità.
Ed è anche per questo che lui, contestualmente alla
pubblicazione nel 1988 del libro in versi dialettali “Lo zio
d’America”, decise di registrare la lettura di alcuni testi
scelti dal libro, perché l’emittente locale montecalvese Radio
Ufita li mettesse in onda nelle sue trasmissioni, per l’Irpinia
e il Sannio, per alcuni anni.
Il fulcro narrativo e scientifico del testo è la scoperta del
poema Angelica,
trasmesso oralmente e fissato su carta nel 1949 da una contadina
sotto dettatura del nonno analfabeta, cantore popolare. La
vicenda del manoscritto – prestato in cambio di due polli,
custodito in un quadernetto malconcio, tramandato con orgoglio
familiare – non è un semplice dettaglio pittoresco: essa
restituisce il contesto materiale e simbolico della cultura
contadina, in cui il valore della parola poetica convive con la
concretezza della vita rurale.
Dal punto di vista filologico, il lavoro di Siciliano appare
rigoroso e rispettoso. L’autore adotta la grafia fonetica per
restituire i suoni originari del dialetto, si confronta
ripetutamente con l’informatore e cantatore Felice Cristino per
chiarire gli etimi oscuri, mantiene la numerazione originale
delle strofe e interviene sul testo con molta prudenza,
dichiarando ogni scelta. La traduzione in lingua italiana non è
concepita come riscrittura elegante, ma come tentativo di
conservare la struttura sintattica e la musicalità del testo
originale. Questo atteggiamento rivela una forte etica della
fedeltà al “reperto”, trattato quasi come un documento
archeologico.
Particolarmente interessante è la riflessione sul dialetto,
definito “sacro”. In questa definizione non c’è retorica, ma la
consapevolezza che il dialetto custodisce strutture fonetiche,
lessicali e culturali proprie, irriducibili alla lingua
standard, giacché esso non è una forma corrotta dell'italiano,
bensì una lingua sorella, derivata direttamente dal latino,
dotata di un proprio sistema strutturale, grammaticale e un
proprio vocabolario.
L’operazione di ritrascrizione in “dialetto stretto”
ottocentesco, compiuta in un secondo momento e presente nel
libro, dimostra inoltre una sensibilità linguistica raffinata:
non un’alterazione arbitraria, ma un tentativo di eliminare
ibridismi e restituire omogeneità vernacolare al testo.
Sul piano culturale, il poema Angelica assume un
valore eccezionale. È presentato come l’unico poema dialettale
riscontrato tra i contadini della provincia di Avellino,
circostanza confermata anche da altri studiosi. L’assenza di una
fonte letteraria colta identificabile, che Angelo Siciliano non
ha smesso di cercare negli anni, suggerisce una possibile
elaborazione autonoma da parte dei contadini poeti con la
passione del canto, durante i duri lavori agricoli come zappare
la terra, falciare il fieno, mietere a mano, o durante la
trebbiatura arcaica con le bestie sull’aia, sotto il sole
cocente. Oppure, una rielaborazione creativa di materiali
epico-cavallereschi filtrati dalla tradizione orale. Questo
elemento rafforza l’idea di una cultura popolare non passiva, ma
capace di assimilare, trasformare e produrre narrazioni
complesse e tramandarle tra le generazioni da bocca a orecchio e
tra paesi diversi.
Lo stile del testo è sobrio ma intensamente partecipe. L’autore
non nasconde l’emozione della scoperta né la fatica della
ricerca. La sua “ostinazione” è narrata con umiltà e insieme con
orgoglio. Il racconto assume così anche un valore testimoniale:
è la storia di una corsa contro il tempo per salvare una memoria
destinata a scomparire con l’ultima generazione degli anziani
dialettofoni che ne sono gli ultimi depositari. Insomma, alla
fine parrebbe una scommessa vinta tra scetticismi, titubanze e
difficoltà.

In conclusione, il testo rappresenta un esempio significativo di
ricerca sul campo, condotta da Angelo Siciliano, con passione
civile e rigore scientifico, seppure con l’utilizzo di strumenti
non fornitigli da studi specifici, giacché ha studiato altro
all’università, ma con strumenti che si è costruito da solo
empiricamente, in base alle esigenze e all’esperienza maturata
durante le fasi della ricerca. Non è soltanto la storia del
ritrovamento di un poema, ma un atto di tutela dell’identità
collettiva, che andrebbe custodita con orgoglio, senza
vergognarsene, come succedeva in passato, e tramandata alle
nuove generazioni. Dimostra come la cultura orale, se ricercata,
ascoltata, studiata e capita con rispetto, possa rivelare tesori
nascosti, risuscitare memorie dimenticate e restituire dignità
alla voce delle comunità rurali che da alcuni anni appaiono in
grande sofferenza.
È un’opera che, essendo prima di tutto cantata, da chi quasi
sempre era analfabeta e cantatore a orecchio, invita a
riflettere sul rapporto tra scrittura e oralità, tra centro e
periferia, tra memoria e modernità e sulla responsabilità di chi
sceglie di farsi custode di un patrimonio fragile ma quanto mai
prezioso.
Questo libro, come già accennato sopra, è stato pensato come un
ponte tra il web e il cartaceo, e viceversa. Per questo, oltre
ai testi scritti, esso custodisce anche tracce vive della voce
che li ha generati. Il Poema Angelica fu
registrato in contrada Frascino nell’estate del 1990, grazie al
cantatore contadino-pastore Felice Cristino. Oggi quella voce
antica è ancora ascoltabile: è stata digitalizzata e pubblicata
nel 2020 sul canale YouTube dell’autore. Chi desidera può
ascoltarla grazie a questo link:
https://youtu.be/ltYoSw8nUMA?si=1iioysL6g326ow6V
Per chi vuole acquistarne una copia può visitare questo
collegamneto:
https://store.youcanprint.it/angelica/b/2119e7ca-51d5-5590-ba58-538e4a6df416
Montecalvo Irpino, 27 febbraio
2026 Alfonso Caccese
Storia d’un ritrovamento
Nel 1987 iniziavo a recuperare,
trascrivere e ricreare la cultura orale del mio paese natale, Montecalvo
Irpino. Ritenevo di poter risolvere l’operazione circoscrivendo la
ricerca all’aspetto esclusivamente letterario di quanto gli antenati,
per secoli, avevano ripreso dalla cultura ufficiale, prodotto o
rielaborato autonomamente e sedimentato. In sostanza presumevo che tutta
la questione si potesse risolvere semplicemente trascrivendo i
cunti, i detti, le filastrocche, le
maledizioni, ecc., dando valore preminente ai testi raccolti o ricreati.
Non trascorreva molto tempo, però, e m’accorgevo che la trascrizione in
dialetto locale del materiale summenzionato, seppure fedele e con
traduzione a fronte, non solo risultava riduttiva, rispetto ad un
patrimonio orale che cominciavo ad intuire vasto e straordinario, ma non
rendeva giustizia alla storia della gente che quegli strumenti di
comunicazione arcaica aveva adoperato quotidianamente, e che cambiamenti
epocali, già in atto da tempo nella società nazionale, stavano per
cancellare per sempre.
Diventavano fondamentali, quindi, una
raccolta a più ampio raggio di tutto il materiale reperibile sul
territorio, prima che scomparisse la generazione d’anziani che ne era
portatrice, e l’introduzione di una visione antropologica di tutto
l’insieme.
Rivolgevo allora la mia attenzione
anche ai canti, di cui echeggiavano i campi, durante i faticosi lavori
agricoli, e gli antri delle case nei freddi e fumosi mesi invernali.
Non essendo io un etnomusicologo,
dovevo limitare il raggio d’azione alla registrazione, trascrizione,
traduzione, annotazione dei testi e alla classificazione per tipo dei
tanti canti raccolti. La trascrizione delle note musicali delle melodie
avrei dovuto affidarla, in seguito, a qualche volenteroso specialista
del settore.
Durante queste mie ricerche, apprendevo
che a Montecalvo i cantastorie erano passati sicuramente sino agli anni
Trenta del XX secolo. Dal 1988 si insinuava in me la convinzione, che
anche nella tradizione orale montecalvese potesse esservi traccia di
qualche cantare, poema epico-cavalleresco, religioso o popolaresco,
magari frammentario, ascoltato e appreso dai compaesani dalla viva voce
dei cantastorie che, nei secoli passati, girovagavano per i paesi in
occasione di fiere e feste patronali, più raramente nei mercati
settimanali.
Nel 1989, Domenico Iorillo (1910-1991),
conosciuto in paese come zi' Mingu Trancucciéddru,
noto cantatore locale non solo durante la trebbiatura del grano, mi
cantava, nonostante gli acciacchi dell’età, nel fisico e nella voce, tra
i diversi canti da me registrati, un frammento che, a un riscontro
posteriore di qualche anno, sarebbe risultato un frammento del poema da
me agognato.
Il 12 aprile 1990 la mia ostinazione
era premiata. Avevo finalmente trovato quel che cercavo. Anche se nulla
m’avesse fatto presagire che ciò che cercavo esistesse realmente. Felice
Cristino, conosciuto come Filìci Pannucciéddru,
contadino, classe 1921, mi cantava la metà del poema Angelica*
di 107 quartine. Me n’affidava anche il testo, fotocopiato da un
quadernetto un po’ malconcio di quattordici pagine, ricevuto in prestito
in cambio di due polli,
Mariantonia Fioravanti, classe 1928, anche lei contadina con la quarta
elementare, l’aveva trascritto nel 1949 sotto dettatura di suo nonno,
contadino e pastore, Giuseppe Fioravanti (1874-1970). Costui godeva fama
di gran cantore e asseriva d’avere inventato lui stesso il poema,
riferendolo all’anno 1719, e altri canti e narrazioni sacre e
mitologiche.
Da Felice Cristino, il 29 luglio 2006,
avrei condotto Roberto De Simone, per la registrazione di alcuni canti
arcaici contadini.
Già
verso la metà degli anni Novanta, iniziavo la trascrizione del testo,
col metodo della grafia fonetica, ascoltando e riascoltando la
registrazione sonora, e rimanendo fedele al “reperto” scritto, anche per
la numerazione araba delle strofe. Molti incontri e consultazioni con Felice Cristino si rendevano
necessari, per interpretare il significato di tanti termini del poema e
ricostruirne correttamente o colmarne l’ortografia lacunosa, senza
venire mai meno all’imprescindibile imperativo di rispetto e fedeltà
assoluti all’autenticità del “reperto”. In conclusione, il testo del
poema era controllato e concordato tutto con Felice Cristino.
Nella fase successiva passavo alla
traduzione in lingua del poema e relativa interpretazione, nel tentativo
di collocarlo idealmente nella tradizione popolare.
Nell’originale, lo
sviluppo dell’azione non rispetta la “consecutio temporum”. Dopo una
prima traduzione in lingua, letterale ma piuttosto banale, su
suggerimento di Giovanni Kezich, l’ho rivista e ho cercato di
assecondare la peculiarità del “reperto” nella sequenzialità delle
parole, per conservare, il più possibile, la sintonia
sintattico-testuale e la conformità sonoro-melodica col dialetto.
Per la migliore
comprensibilità del testo, ho ritenuto opportuno anteporre alle quartine
i nomi dei personaggi, tra parentesi, per facilitarne la lettura e
rendere comprensibile l’intreccio narrativo.
Personalmente
conservo il mazzetto di fotocopie di quel quadernetto ammuffito, che fu
l’orgoglio di alcune famiglie contadine e contribuì ad alimentare
l’immaginario collettivo paesano. Conservo pure un fascicolo
fotocopiato, molto più presentabile, col poema riscritto dalla stessa
contadina negli anni Novanta, che tuttavia nulla aggiunge e nulla toglie
a quanto aveva scritto nel 1949. In definitiva, solo un paio di parole (zireto
muoto,
v. 2 - strofa 95) restano arcane e
intraducibili.
Il dialetto, lo
considero come qualcosa di “sacro” nella trascrizione dei “reperti” e
penso che sia una fonte irrinunciabile. Se trascritto con un metodo
idoneo potrebbe consentire di riprodurre in modo attendibile i suoni
delle parole, anche a chi non è nativo del luogo in cui esso era
parlato.
In marzo 2007, sempre in grafia
fonetica, in una sorta di gioco senza finalità mistificatoria, ma con
intenti puramente semantici e filologici, ho proceduto alla
ritrascrizione del testo del poema Angelica,
ma stavolta in “dialetto stretto” dell’Ottocento, sostituendo le parole
non montecalvesi e quelle in lingua per eliminare qualche stridente
ibridismo, e rendere il tutto in un vernacolo omogeneo senza le auliche
intrusioni. In questa operazione, per un fatto puramente estetico, ho
sostituito la numerazione araba delle strofe con quella romana.
Il poema Angelica,
trasmesso come canto monodico, è l’unico poema in dialetto riscontrato
tra i contadini della provincia di Avellino. La conferma viene anche da
Aniello Russo, originario di Bagnoli Irpino, che in questi ultimi
decenni ha battuto in lungo e in largo l’Irpinia, per raccogliere le
testimonianze dell’oralità locale pubblicate poi in diversi libri.
Ancora in marzo 2007, Cinzia Camillo,
docente di musica e direttrice di un coro in Irpinia, grazie
all’interessamento del comune amico Russo, trascriveva le note musicali
sulla prima quartina del poema. Tanto bastava, giacché la melodia si
ripete, sempre uguale, per tutti i tetrastici successivi.
Per quanto io abbia fatto negli anni,
alla ricerca di una fonte letteraria colta, non sono riuscito a
riscontrare presso le biblioteche alcun testo, romanzo o poema, cui
potessero essere riferiti la trama e i personaggi del poema
Angelica.
In luglio 2008, Giovanni Kezich,
antropologo, cultore e adepta della poesia popolare, docente
universitario, direttore dal 1991 del
Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele
all’Adige, scriveva la postfazione al poema Angelica,
col titolo “Immorality play”.
Sono in via di
completamento le mie illustrazioni pittoriche al poema.
Manca all’appello solo un editore nazionale importante per la
pubblicazione dell’opera.
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