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LU CANTU DI LA MORTE
Ij???a spassu
cu la m?a tul?da,
tre gi?ini mi
purt?i pi ccumpagn?a.
Truv?i
n?ombra ?mmi?z?a la v?a:
?Ti scungiuru
pi la parte di D?u,
dimmi, chi
siete voi??
?S?gu la
Morte chi m?ha ccrij?u D?u,
nun p?tu
riguardu pr?bij?a nn?ci?u!?
?E ?u tre
mmili?i ti dunarr?a,
abb?tica da
li mmani t?i scapparr?a!?
?Ma si la
Morte s?accurd?s cu ddin?i,
cchj?rricca
di la Morte chi sarr?a??
?Iju cu ttre
milioni mi frabbicarr?a
nu palazz?accant?a
lu maru.
Tre guardiani
mi ci mittarr?a
e vidi, Morte,
si puoi min?i!?
D?pu tre
giorni
lu gi?ini si
mitt??a ll?tu,
s?bitu tre
mmi?ici
si mmann??a
cchjam?i.
Unu dic?t:?Che
puzz?e,
pigli?ilu da
dint?e ccacci?ilu da f?e!?
N?atu dic?t:?Dum???a
fa la festa!?
N?atu dic?t:?S?adda
suttirr?i!?
?Mann?im?a
cchjam?li m?i par?ti!?
?Add??add??e
cc?e j?puzzil?te!?
?Add??add??oru
e argintar?a,
??arrivint?
nu pu?inu di purcar?a!
Add??add?u,
ricch?z,
??arrivint?
nu pu?inu di munn?z!?
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IL CANTO DELLA MORTE
Passeggiavo
con la mia allegra brigata,
tre giovani mi
portavo per compagnia.
C?imbattemmo
in un?ombra per strada:
?Vi scongiuro
in nome di Dio,
ditemi, chi
siete voi? ?
?Sono la Morte
e mi ha creato Dio,
non ho
riguardi per alcuno!?
?Ed io di tre
milioni ti farei dono,
purch?tu mi
risparmi!?
?Ma se la
Morte s?accordasse per denari,
pi?ricca di
me chi ci sarebbe??
?Io con tre
milioni mi costruirei
un palazzo in
riva al mare.
Tre guardiani
vi collocherei
e ti sfido, o
Morte, prova ad entrarci! ?
Trascorsi tre
giorni
il giovane si
mise a letto,
subito tre
medici
fece
convocare.
Il primo
esclam??Che fetore,
sollevatelo e
portatelo fuori di casa!?
Il secondo
assicur??Domani faremo la festa!?
Il terzo
conferm??Ormai ?da sotterrare!?
?Mandate a
chiamare i miei parenti!?
?Oh Dio Dio,
com??puzzolente!?
?Addio addio,
oro e argenteria,
diventeremo un
pugno di porcheria!
Addio addio,
ricchezze,
diventeremo un
pugno d?immondizia!?
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Nota.
Questo canto, se ve ne fosse bisogno, dimostra che la Morte, tra l?altro
sempre presente nella cultura contadina, non scende a patti con alcuno,
nemmeno con i ricchi e i potenti. Con costoro, anzi, essa prova piacere
nell?assumere un atteggiamento sadico imponendo la propria regola, che ?
uguale per tutti.
Trattandosi di un canto d?ambito rurale, anche se il linguaggio tende
talvolta all?aulico e ad una vaga costruzione colta, si pu?cogliere in
esso uno spirito di rivalsa della classe contadina nei confronti di
signori, ricchi e potenti.
Singolare l?uso del numero tre, ripetuto per ben sei volte nel canto. In
occultismo esso ha valenza sacra e magica, e rappresenta la luce.
Anche nelle religioni ?stato spesso adoperato: come triade in quell?induistica,
con Brahma, Siva e Visn? come Trinit?nella cristiana, con Padre,
Figlio e Spirito Santo.
Nel nostro caso, tuttavia, esso non solo non riesce a salvare il
protagonista da una fine misera, ma costui ?anche fatto oggetto di
dileggio, dai toni grotteschi e teatrali, da parte di tre medici, vale a
dire coloro cui la societ?affida una parte delle proprie speranze di
allontanare il pi?possibile il momento fatale. Qui la funzione dei
seguaci d?Esculapio, nonch?eredi d?Ippocrate, appare come quella
d?implacabili becchini.
La terribilit?del contenuto di questo canto pu?essere comparata a
quella ancora riscontrabile nelle scene delle danze macabre che, nei
secoli passati, erano affrescate, dentro o fuori dalle chiese, a monito
per la gente, sotto la suggestione e il terrore d?epidemie di colera o
peste, che mietevano un enorme numero di vittime tra la popolazione
esistente.
?un canto sicuramente di met?Ottocento (lo cantava mia nonna nata nel
1880), ma ?probabile che sia pervenuto a noi dai secoli precedenti.
Da segnalare le parole tul?da, col significato d?allegra
brigata, combriccola o compagnia intrigante, e abb?tica, per
purch?
Canto di Mariantonia
Del Vecchio, classe 1922, contadina; registrazione del 1988,
trascrizione, traduzione e annotazione del figlio Angelo Siciliano.
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