IL BASILICO, CORSO UMBERTO I

E IL TRAPPETO A MONTECALVO IRPINO


La masinicója, li ccàsura di lu Mónt e lu Trappìtu

Un mondo sta scomparendo quasi senza accorgercene

La memoria, di chi ancora si ostina a ricordare e a conservare, come in uno scrigno, il passato, purtroppo non riesce a fermare né a sanare le devastazioni che la natura, nella fattispecie terremoti e agenti atmosferici distruttivi, e poi, forse più gravi perché colposi, il rilassamento, l’abbandono e l’incuria da parte degli umani producono inesorabilmente su vie, case e rioni frequentati e abitati da innumerevoli generazioni di Montecalvesi.


L’emigrazione, lo scorrere del tempo e la lontananza ovattano nostalgia e rimpianti. Ma lo sgomento per i nuovi crolli rinnova, in chi torna in paese periodicamente, certe ferite. Solo in apparenza cicatrizzate e dimenticate. Apprendere, da chi ancora si ostina a abitare qualche casa e a tenere in bella mostra un vaso con garofani rossi fioriti e basilico, caròfini russi shcuppàti e masinicója, su un muretto nella parte di questa via, dove ci si appresterebbe ad abbattere le case superstiti di corso Umberto I, che affacciano sul Trappeto, perché pericolanti, non fa piacere. Una strada solitaria e metafisica, in cui spariranno, con i portali delle abitazioni, com’è già successo in passato per altre case abbattute senza controlli o crollate in paese, i conci decorati e le maschere apotropaiche, che hanno assicurato per secoli la protezione scaramantica contro il male e le intrusioni perniciose a chi queste case le abitava. Testimonianze di storia arcaica, miti e leggende saranno cancellati per sempre. Come è già avvenuto in buona parte per il nostro dialetto, per i canti popolari religiosi e profani, per favole, detti, filastrocche, usi e costumi, e centinaia di soprannomi e toponimi. Insomma, tutto un patrimonio che i nostri avi hanno elaborato, custodito e tramandato per secoli, autentico collante della civiltà agro-pastorale, che si sta volatilizzando. «In cambio di cosa?» verrebbe da chiedersi. La risposta è semplice: «Per una cultura mediatica appiattita, banale, mercificata, spersonalizzata e spesso volgare, e una lingua semplificata, banalizzata, immiserita dai luoghi comuni, dal consumismo e dai messaggi con e-mail e cellulari».
Ci aveva provato Mussolini, nel ventennio fascista, a cancellare i dialetti italiani. Ora la Lega di Umberto Bossi si fa portatrice di un’inversione di tendenza epocale: approvare una legge in parlamento per l’insegnamento dei dialetti nelle scuole italiane, per conservare le identità etniche.
A proposito delle case abbandonate del paese, nel 2006 Alfredo Siniscalchi mi confidava che da almeno un decennio andava proponendo agli amministratori montecalvesi di cedere in comodato le case dei quartieri abbandonati, venute a far parte del demanio comunale, a cittadini ‘forestieri’ con l’obbligo del restauro, della conservazione e della dimora seppure saltuaria. Questi nuovi dimoranti venuti da fuori avrebbero portato nuove risorse sia per la riparazione delle case sia con l’incremento nei consumi dei prodotti tipici locali. Purtroppo, nonostante l’autorevolezza di quel proponente, quella proposta rimaneva inascoltata, perché in questo paese bastava la conservazione del potere nel tempo. Contavano solo i soldi. E i giochi, le promesse, le faziosità, le finzioni, i ricatti, i dispetti, le menzogne, gli indebiti rimborsi di imposte con mazzette, i sotterfugi per i contributi sulle perizie delle abitazioni danneggiate dai terremoti. Anche quando la legge non avrebbe dovuto consentirlo. Perché le vecchie case erano spesso vendute e passavano di mano, come carte da tressette. Insomma erano essenziali il “serbatoio” elettorale, qualche fornicazione e il mantenimento dello status quo di un paese depresso, avvelenato da invidie e gelosie tra famiglie. E comunque rassegnato all’immobilismo!
Certamente Ciriaco De Mita, o chi per lui, ha fatto arrivare da queste parti fiumi di denaro. Ma visti i risultati della ricostruzione, in ossequio ad una cementificazione disordinata del territorio, improntata ad un’assoluta anarchia architettonica, sarebbe stato meglio se di fondi ne fossero arrivati meno. Molti di meno. Si sarebbero evitati gli sprechi per edificare tanti alloggi rimasti inabitati. Vi sarebbero stati meno insulti all’ambiente e meno abbattimenti affrettati. Uno per tutti: il convento dedicato a S. Antonio da Padova, ultimato nel 1631 e spianato dopo il terremoto del 1962. In questo paese le ingordigie, le miopie e l’incultura sono riuscite a sterilizzare la speranza e a dare linfa alla malapianta della miseria morale. Gli ideali dei pochi, che non si allineavano agli interessi particolari, e le rare proposte per invertire la rotta, che avrebbe condotto ad un disastro inesorabile – vedi l’enorme debito accumulato dal comune in questi ultimi anni e l’arresto di alcuni tecnici e amministratori comunali – erano per loro solo fumo negli occhi. In seguito, iniziative simili alla proposta di Alfredo Siniscalchi, sarebbero state portate avanti in altre parti d’Italia: da Vittorio Sgarbi per Salemi (Trapani), paese di cui è sindaco, e da qualche amministratore in Liguria per il proprio paese spopolatosi dei suoi abitanti. Visto che si va completando il restauro del castello di Montecalvo, se fossi nelle condizioni di poter dare un consiglio ai nuovi amministratori comunali, insediatisi con le elezioni del giugno 2009, suggerirei di istituire uno spazio per il Lapidario, dove accogliere stemmi e fregi architettonici delle case abbattute, prima che i “procacciatori” di tali reperti li facciano sparire per sempre dal paese. A riguardo del basilico, ortaggio estivo assai profumato, la gastronomia genovese, grazie al pesto, ne ha fatto un alimento rinomato. Per noi emigranti, il basilico, masinicója in dialetto, non è solo un fatto olfattivo. Esso ci lega al passato e ci restituisce – a mo’ di risarcimento – un mondo d’affetti, di usanze e ricordi indelebili. Insomma, è un vegetale impagabile. Oltre che nell’orto era coltivato con amore dalle donne, li ffémmini, nei vasi o in vecchie bagnarole e consumato fresco per aromatizzare insalate, ragù e salsa di pomodoro in bottiglia, conservata a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria l’ebrea, sorella di Mosè), o essiccato per l’inverno per le pietanze condite con parti di maiale passate in salamoia. L’etimo basilico viene dal latino basilicus, e questo a sua volta dal greco basilikón, erba reale. Rasta, rametto, frammento, deriva dal greco bizantino gastra, che significa vaso largo di ventre, coccio. «La téne ricilàta com’a na rasta di masinicója (la tiene riguardata come una pianta di basilico)» dicevano di qualche madre, che stravedeva per sua figlia e le impediva ogni contatto con gli estranei, perché i pregiudizi dei compaesani non ne compromettessero la reputazione, in vista di un prossimo fidanzamento.
NA RASTA DI MASINICÓJA
 
Pi la vija ‘lu Mónt
fatt’a bbàsuli di lu Visùviju,
cu ffacci di Mamùni1 ‘n cap’a li ppòrti,
ci stévunu putijàri, scarpàri, cusitùri,
maste, pannazzàri, aréfici, sicchjàri…
E ttanta belle figlióle!
Mo’, li ccàsura a pparte di sótta
ca stannu da còpp’a lu Trappìtu
so’ abbandunàte, ca li padruni
so’ muórti o frabbicàrnu p’ati posti.
Squartéjunu e ogni sgarrupìzzu
fa murrécini ca ci cresce
l’èriva pi ccòppa: pastun’e rrùca.
E cquéddre ca stannu ‘mpalàti
pi scumméssa tiénunu lu tittu
ca pare justu na suttétta
e ci jòcca e cci chjòve dintu
e mmo’ l’hann’abbatt’a ffilu.
Ma da còpp’a lu furnu
di Sciacquaglìna2, andó si sfurnàva
tantu di quéddru pane
pi ttanta vócche da sfamà,
cócchidùnu ancóra c’àbita
e tténe na testa a la vista
‘ncòpp’a nu murèttu cu ddintu
nu caròfunu russu shcuppàtu
e na bella chjanta di masinicója
ca cu na rasta si po’ priparà
nu zucu addurènte da fa ‘ngannarì
‘ddra mórra di cristiani
ca ‘n ci passa chjù pi da qua.
 
Montecalvo Irpino, 25 giugno 2009
Angelo Siciliano
UN RAMO DI BASILICO
 
Per il corso Umberto I
lastricato con basoli del Vesuvio,
con facce mostruose sulle chiavi di volta,
vi erano bottegai, calzolai, sarti,
sarte, venditori di stoffe, orefici, falegnami…
E tante belle ragazze!
Ora, le case esposte a sud
sul rione Trappeto
sono abbandonate, perché i proprietari
sono morti o le riedificarono altrove.
Stanno crollando e ogni rudere
fa mucchi di sassi e vi cresce
l’erba su: artemisia alba e rucola.
E quelle che si tengono in piedi
per scommessa hanno il tetto
che pare una tettoia alla buona
e vi nevica e vi piove dentro
e ora le abbatteranno tutte.
Ma sopra il forno
di Sciacquaglina, dove si sfornava
tanto di quel pane
per tante bocche da sfamare,
qualcuno ancora vi abita
e tiene un vaso in vista
sopra un muretto con dentro
un garofano rosso sbocciato
e una rigogliosa pianta di basilico
e con un suo rametto si può preparare
un ragù profumato da allettare
quella folla di persone
che non passa più per di qua.
 
 

Angelo Siciliano