L'analisi critica e testuale de "I gatti mammoni" (2007) di Angelo Siciliano rivela un'opera in cui la tradizione folcloristica si fonde con la metafora sociale e politica, superando la semplice dimensione della favola popolare.
Nel testo di Siciliano, la scelta di evocare il gatto mammone non è puramente decorativa. L'autore attinge a uno spauracchio classico della cultura italiana — tradizionalmente inteso come una creatura ibrida, mostruosa e perturbante — per traslarlo in un contesto contemporaneo. Il mostro non abita più i boschi o i racconti della buonanotte per spaventare i bambini, ma diventa uno strumento per rappresentare le inquietudini e i "mostri" della società odierna.Il parallelismo visivo e artisticoUn elemento chiave per l'analisi analitica del componimento è il legame esplicito che lo stesso Siciliano stabilisce tra la parola scritta e l'arte visiva. L'autore ha associato la genesi concettuale della poesia all'esperienza plastica delle sculture grottesche (come quelle presenti a Bolognano di Arco o i celebri mostri di Villa Palagonia a Bagheria). Questo dettaglio rivela l'intento strutturale dell'opera: creare un "grottesco letterario". La poesia opera per accumulo di immagini forti, capaci di colpire l'immaginazione del lettore senza però scadere nell'horror fine a se stesso, proprio come le statue barocche che affascinano e respingono allo stesso tempo.
La chiave di lettura geopolitica e socialeL'efficacia analitica del testo emerge soprattutto nelle sue successive risignificazioni da parte dell'autore. In occasioni storiche precise (come le riflessioni post-elettorali europee condivise dallo stesso Siciliano), l'immagine del gatto mammone che "si aggira" si trasforma in una chiara metafora delle derive populiste, delle paure collettive e delle incertezze politiche. Il gatto mammone diventa lo spettro delle ideologie che spaventano le masse, una proiezione delle tensioni geopolitiche moderne che l'autore riesce a decodificare attraverso la lente della lingua dialettale, storicamente più viscerale ed espressiva.
La decisione di comporre l'opera in dialetto risponde a un'esigenza di autenticità e di contrasto. Da un lato, il dialetto radica la composizione nel terreno fertile del mito ancestrale e della terra; dall'altro, costringe concetti complessi e moderni (come l'alienazione o l'instabilità sociale) a confrontarsi con una lingua essenziale, priva di sovrastrutture retoriche. Questo corto circuito linguistico conferisce alla poesia la sua tipica atmosfera sospesa tra il passato immemorabile e la cronaca del presente.
LI MAMMULÙNI1A li ccrijatùri pìcculi di na vóta, quannu nu’ ‘mbulévunu ‘ntènne, e a li ruóssi li ffacévunu dannà, quisti pigli’e l’amminazzàvunu: «T’agghja fa piglià da lu Mamóne!». E ‘ddri ccrijatùri s’accuccilévunu. Di Mamùni ci ni stévunu parìcchji pi ddint’a lu paese, affacciati arrét’a li ppurtèddre2, sgangàti, la pèddr’arripicchjàta, nu mustazzóne, la barba senza fa, na cammisóla vónta, nu cauzóne cu li ppèzz’a li ddinócchja e lu funniéllu ‘n culu, l’uócchji lucenti ca chi sa cche avìssina vulutu fa e alluccàvunu cu lu bastone ‘mmani, ch’azàvunu com’a na paròcchila, vèrzu la uagliunàma ca jéva facènnu ròlija pi ‘mmiézz’a la vija o ca ‘ncimintàva pròbbit’a llóru. Cócche guaglióne, ch’era statu assavizzàtu da pìcculu da lu tatóne3, si pigliava la pizzicàta: «Tató’, tató’, t’agghja fa magnà da quiddri Mammulùni arrét’a li ppurtèddre!». E lu tatóne shcuppàva a rrire. Zell, 7 marzo 2007 Angelo Siciliano
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I GATTI MAMMONIAi più piccini di una volta, quando non volevano ubbidire, e facevano disperare gli adulti, costoro li minacciavano: «Ti consegnerò al Gatto mammone!». E quei bimbi si intimorivano. Di Gatti mammoni ve ne erano parecchi per il paese, affacciati dietro le portelle, sdentati, la pelle rattrappita, i mustacchioni, la barba non rasata, un panciotto unto, i calzoni con rattoppi alle ginocchia il fondello rifatto, gli occhi lucidi e minacciosi e gridavano con il bastone in mano, che roteavano come una clava, verso i ragazzacci che facevano fracasso in mezzo alla strada o che si facevano beffa proprio di loro. Qualche ragazzo, che era stato inibito da bambino dal nonno, si prendeva la rivincita: «Nonno, nonno, ti farò divorare da quei Gatti mammoni dietro le portelle!». E il nonno sbottava in una risata.
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