Storie di gente di montagna. Come eravamo e come siamo diventati. Un libro di Alberto Folgheraiter.
Un’altra parte di essi
ripercorre i flagelli del passato come la peste e il colera, che hanno
afflitto non solo i paesi europei ed extraeuropei, ma anche la piccola
realtà trentina. Poi, con linguaggio
efficace e immediato, asciutto e preciso, anche se un po’ enfatico, che
indaga tra cronaca e storia, Folgheraiter ha continuato ad occuparsi del
territorio trentino, ma è passato all’osservazione attenta della sua
gente, dei suoi ritmi di vita e degli usi e costumi, ripercorrendo luoghi
ed ambienti abitativi, tecniche produttive e ambienti lavorativi, sempre
sull’onda di un racconto carico di suggestione, valenze etniche e
antropologiche. I suoi libri sono ricchi
d’immagini illustrative, pertinenti e funzionali a ciò che va recuperando
e proponendo al lettore, attraverso due strumenti precisi, in linea con la
nostra civiltà mediatica dell’immagine: quello visivo, con foto attuali o
d’epoca, e quello della scrittura. E si tratta di due strumenti
complementari che, nella divulgazione di Folgheraiter, si fondono in un
unico percorso con l’obiettivo di fissare nel lettore quel mondo popolare
e contadino, che si è talmente trasformato nel tempo da riuscire a
conservarsi e a tramandarsi solo grazie alla “memoria”, che non può essere
quella della gente, perché le persone cogli anni invecchiano e scompaiono,
e con esse la loro personale memoria. E poi i luoghi abitativi sono
ristrutturati, per adeguarli alle nuove esigenze di chi ci vive, e così
interi borghi sono irriconoscibili rispetto a com’erano qualche decina
d’anni fa. Basti pensare che le case nei paesi montani avevano quasi tutte
il fienile nel sottotetto, e ora i locali destinati a conservare il fieno
per le mucche, che ogni famiglia possedeva per esigenze vitali, sono tutti
trasformati in abitazioni. Le botteghe degli artigiani sono quasi tutte
scomparse, assieme ai tanti mestieri e agli artigiani stessi, una volta
indispensabili per la civiltà contadina. I campi e i paesaggi hanno mutato
aspetto per l’introduzione di nuove colture e più adeguate tecniche
produttive, basti pensare all’uso del trattore che si è sostituito al
lavoro degli animali, e per le nuove attività che ci si è dovuto inventare
come quelle agroturistiche. Anche se il tempo non è
più scandito dal ritmo delle stagioni e non ci si sveglia al canto del
gallo, o delle campane che non suonano più di mattina, anche se la morte
non è incombente come nella cultura contadina e non si è perseguitati da
un destino ineluttabile, la “memoria” resta qualcosa d’imprescindibile per
l’essere umano, affinché non scompaiano definitivamente certe identità
culturali e il senso d’appartenenza. Siamo come siamo, perché i nostri avi
erano come li abbiamo conosciuti dai loro racconti, od osservati nel
materiale documentario che su di loro si è andato accumulando nel tempo e
c’è stato tramandato. La scomparsa del mondo
contadino, purtroppo, non rappresenta solo la scomparsa fisica dei suoi
appartenenti. Spariscono con esso anche un insieme di comportamenti e di
vita domestica e sociale consolidati nei secoli, i loro strumenti arcaici
di lavoro e le tante tecniche lavorative che si basavano essenzialmente
sulla fatica fisica, le consuetudini gastronomiche di sussistenza e tutto
ciò che costituisce la biblioteca immateriale della cultura orale. Allora ben vengano i
libri che recuperano quel mondo. E bene fanno i musei etnografici a
raccogliere oggetti, strumenti, immagini e documenti per ricostruire
quella realtà, altrimenti perduta per sempre, per restituirla a noi e
tramandarla ai posteri. In tal modo si ha l’impressione che è resa
finalmente giustizia a quella classe subalterna di generazioni che ci
hanno preceduto. E solo così forse la cronaca di quel mondo si fa storia.
Nel libro I figli
della terra di Folgheraiter le foto a colori, o in bianco e
nero, sono esaurientemente didascalizzate. I registri di scrittura
adoperati sono due, affiancati in colonna nelle pagine: uno è il corpo del
racconto che l’autore dipana elencando fatti e persone secondo una
sequenza temporale, l’altro è costituito da una successione di note
corpose, contenenti non solo citazioni ma anche consistenti stralci da
opere edite dei numerosi autori consultati. Folgheraiter riannoda i
fili della memoria e di una realtà complessiva del passato, composta di
tante microrealtà e sfaccettature, che l’uomo d’oggi, costretto com’è a
rincorrere gli eventi o il successo nel proprio settore di competenza,
allettato dalle speculazioni in Borsa, angustiato dalla crescita del costo
del petrolio e dall’inquinamento del pianeta, ignora come se il mondo sia
stato sempre così, con le sue comodità, il miraggio delle vacanze a Sharm
el Sheikh, alle Seicelle o alle Maldive, l’eccesso di cose inutili o
superflue, e tuttavia ritenute indispensabili. Egli ci riporta un mondo
povero ma dignitoso, fatto di cose essenziali e di rapporti familiari e
sociali che trovavano il loro fondamento nei valori veri ed essenziali in
cui credere, e non quelli finti con cui c’inondano i vari reality
televisivi. Chi si ricorda più del
flagello della pellagra, patologia grave che colpiva la popolazione che si
nutriva principalmente di polenta di mais, o delle tragedie d’interi
villaggi che andavano a fuoco perché i tetti delle case erano di paglia?
Ebbene Folgheraiter ci rammenta anche queste cose, assieme ad una sequela
di fatti sepolti e dimenticati negli archivi, di professioni scomparse,
della fame che tormentava la popolazione, delle tragedie della follia, del
contrabbando del tabacco e della grappa, dei rimedi popolari contro le
malattie, dei figli di nessuno – al Sud li chiamavano “i figli di puttana”
– allevati amorevolmente dalle famiglie contadine, delle misere condizioni
di vita degli emigranti che, partiti col miraggio del benessere, trovavano
anche in terra straniera difficoltà esistenziali non facili da sopportare
e superare. Folgheraiter, con questo
libro, ripristina il nostro immaginario collettivo depauperato dal
progresso.
(Questo testo, scritto
per la rivista trentina Judicaria, è fruibile nel sito
www.angelosiciliano.com). Zell,
26 aprile 2006 Angelo
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